giovedì 6 ottobre 2011

Una norma di civiltà e di buonsenso che vige nella comunicazione – codificata dalla legge sulla stampa – tutela chi si sente offeso o diffamato dall’articolo comparso su un giornale prevedendo l’obbligo per la testata di pubblicare l’eventuale rettifica chiesta dal soggetto interessato. Se il disegno di legge sulle intercettazioni, in discussione alla Camera, dovesse arrivare in fondo al suo tormentato iter col testo attuale, la regola verrebbe estesa anche ai siti Internet registrati, dei quali cioè risulti un direttore responsabile. Un’importante messa a punto rispetto alla versione che circolava fino a ieri mattina e che aveva messo in subbuglio una parte – rumorosa – del Web italiano: prima della modifica varata all’unanimità in Commissione giustizia, infatti, il ddl disponeva che qualunque sito dovesse pubblicare la rettifica entro 48 ore dalla richiesta «con le stesse caratteristiche grafiche, la stessa metodologia di accesso al sito e la stessa visibilità della notizia» cui si riferisce. Il vincolo resta, ma solo per le testate giornalistiche attive su Internet, mentre sarebbero esclusi blog, social network e siti amatoriali. Ovvero la "base" del Web, proprio quella che aveva manifestato il suo totale dissenso verso una norma giudicata "liberticida".

Ora che il comma incriminato è venuto meno, il caso è dunque da archiviare? In attesa che il ddl acquisisca un assetto stabile, e che si chiariscano alcuni punti non ancora limpidi nelle loro potenziali ricadute, è forse utile osservare che se un principio è valido per tutto ciò che viene diffuso online, e che dunque per ciò stesso è pubblico a prescindere da quanti contatti ottiene o da chi gestisce il sito, allora non si vede perché debbano esistere zone franche nelle quali è possibile divulgare qualsiasi idea, opinione o giudizio senza doverne rispondere. È forse questo lo "spirito del Web"? O nell’era delle reti sociali non è impensabile che venga ricordato il nesso vitale tra la libertà di espressione e la responsabilità che la deve orientare perché non diventi arbitrio, o cinica indifferenza? Una volta che entra nella piazza globale della comunicazione, aggiungendosi alla miriade di voci ufficiali o informali del Web, anche il blogger e il frequentatore di social network devono sottostare alla elementare regola del rispetto dell’altro e della verità dei fatti. La violazione patente di questi princìpi elementari deve poter comportare l’obbligo di una rettifica, o la presa d’atto del proprio errore: diversamente viene meno il deterrente all’invettiva e alla mistificazione, che invece vanno facendosi largo. Per zittire le obiezioni non si può invocare la neutralità della rete, dentro la quale la stessa libertà pressoché assoluta di espressione varrebbe da sola a riequilibrare eventuali eccessi. Il proliferare delle fonti di comunicazione – ognuno di noi è tecnicamente in grado di esserlo, senza diventare "direttore responsabile" di alcunché – impone di ricorrere a parametri di giudizio diversi rispetto a quelli inalberati dai paladini della libertà senza regole.

A impugnare la bandiera dell’incipiente rivolta contro le norme poi modificate è stata la popolarissima enciclopedia online Wikipedia, che costruisce le proprie voci grazie ai contributi volontari degli stessi utenti e che ha visto nell’obbligo di rettifica la negazione radicale della propria ragion d’essere: la rettifica – è l’argomento degli enciclopedisti virtuali – è per definizione "di parte", e dunque inaccettabile. Ma i garanti della neutralità di Wikipedia sono gli stessi animatori del sito: anche loro, essendo necessariamente "di parte", sono davvero imparziali come vorrebbero? Qual è il criterio che assicura tutti gli utenti del Web sull’obiettività del sito, specie su temi o personaggi controversi o esposti al vento del "politicamente corretto"? E perché sottrarsi al dovere di rispondere di contenuti che chiunque potrebbe ritenere a buon diritto lesivi, per qualche valido motivo? Il Web non è il West: reclamare mano libera non è la strada migliore per difenderne la formidabile efficacia comunicativa. Eh sì, il discorso non è affatto chiuso.

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