Il crimine originario
giovedì 30 novembre 2017

Sono i trionfi della morte. La forza distruttiva che sopravvive al fuoco spento delle armi dismesse. Il suicidio di Slobodan Praljak in faccia al Tribunale penale internazionale per l’ex-Jugoslavia, che gli infligge 20 anni per i crimini di guerra commessi durante il conflitto in Bosnia ed Erzegovina, scaglia contro la giustizia di pace la macabra giustizia (giustificazione) della guerra, perché la guerra è guerra. E lo fa col gesto di chi getta sul campo, nella mischia, a perdere, più di quanto la giustizia di pace gli toglie con la sua pena, il prezzo della morte. E in questo, verosimilmente, agli occhi dei suoi compatrioti lui si conferma un eroe, lui che agli occhi dei nemici è una bestia. Muore "per la patria", insomma. E si sa che dalle Termopili in poi «gloriosa è la sorte dei morti, un altare la tomba».

Delle atrocità commesse dalle truppe croate contro i musulmani, in quell’incrociato delirio di pulizie etniche scatenato dall’odio (nobilitato in modo folle dall’idea patriottarda) non dirò. Si torcono le budella a risentire le testimonianze raccolte in 11 anni di processo. Ciò che importa, nell’ultimo corpo a corpo fra gli uomini del cannone e gli uomini della bilancia, è capire che cosa significa la parola giustizia. E per quale maledetta ragione si tratti sempre, a Norimberga come all’Aja, di un poscritto alla tragedia avvenuta. Una giustizia post-apocalittica.

Dopo l’inutile strage della grande guerra, che fece 16 milioni di morti solo sui campi di battaglia, la Società delle Nazioni nacque e morì nel rogo della seconda guerra mondiale, quella dei 54 milioni di morti. Neanche il grande sole di Hiroshima, l’ecatombe nucleare, ha distolto l’ingegno dei giuristi dal definire se è legittimo fare la guerra, e se la guerra è giusta, e quando e perché. L’hanno chiamato "jus ad bellum", diritto alla guerra. Nella Carta dell’Onu c’è scritto nell’art. 2 il dovere di astenersi dalla minaccia o dall’uso della forza, ma nell’art. 51 diritto di legittima difesa in caso di attacco armato. La storia delle guerre dopo il 1945, la storia di quelle ancora in corso (aggressive o difensive, ditelo voi) con le loro atrocità e i loro crimini, mostrano come il criterio adottato sia una fune incerta che pencola sull’abisso.

Esiste persino un raffinato inoltrarsi dei giuristi dentro gli orrori dell’uccidere e distruggere e depredare (che sono in sé dei crimini, ma in guerra sono l’agenda ordinaria) secondo che siano normali o bestiali. C’è modo e modo – dicono – di ammazzare, c’è modo e modo di straziare la gente nemica. È lo jus in bello, il fare la guerra come va fatta, secondo gli usi, le consuetudini, i trattati; per esempio cosa si fa dei feriti, dei naufraghi, dei prigionieri, dei civili (scenari descritti dalle quattro Convenzioni di Ginevra del 1949). O ancora se sono vietate le mutilazioni, le torture, la cattura di ostaggi, le esecuzioni sommarie. O il bando delle armi di distruzione di massa, o di ripugnante crudeltà (chimiche, batteriologiche). Così dunque ci sono i "crimini di guerra". L’inventiva dell’odio li moltiplica al di là delle fantasie più perverse. La giustizia che i tribunali internazionali postbellici ridisegnano espelle solo il bestiale e il disumano dal recinto della sopportata, tragicamente sopportata, criminalità della guerra. Ma resta che il crimine originario sta lì, e lo scandalo è che non viene scongiurato in anticipo; che l’atroce lezione degli infiniti cimiteri non distoglie ancora dai nazionalismi intrisi di volontà di potenza, di cupidigia, di ostilità, e infine di odio. Insegnare all’odio un galateo della morte è troppo basso traguardo per una speranza sconfitta. La guerra è in sé il crimine contro la pace del mondo. Del mondo, dico, perché il mondo è uno. Tutto è "mondiale", oggi più che mai. A 70 anni dalla Carta dell’Onu, la promessa di scongiurarla è rimasta un sogno. Finché non si realizzi non basterà la giustizia del giorno dopo, a catastrofe avvenuta, ad asciugare le lacrime.




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