Storia di un «rider» e d'una generazione
venerdì 14 settembre 2018

Sul lampione di una strada che corre verso la periferia di Pisa ci sono ancora i fiori e un nome, 'Maurizio', sopra ai rottami di un ciclomotore. Maurizio Cammillini, 29 anni, rider addetto alla consegna di pizze e panini, era al terzo giorno di prova per un locale del Lungarno. L’aveva a lungo desiderato quel posto, e finalmente con settembre aveva cominciato. Chissà, magari lo avrebbero anche messo in regola, se lavorava bene. Peccato per il giorno prima: aveva fatto una consegna in ritardo, e la sera in negozio gli avevano decurtato i suoi 20 euro giornalieri di 3 euro. Ma non sarebbe più successo. Maurizio ci teneva tanto, a trovare finalmente un lavoro. Aveva fatto per mesi il volontario in un ospedale pisano, dicono gli amici, aiutava chi entrava a orientarsi fra i reparti. Senza alcun compenso, ma era sempre meglio che restare a casa tutto il giorno, che aspettare senza fare niente la sera. A vent’anni, quando ci si sente così forti.

E l’altra sera per l’ultima consegna, due panini e una porzione di cibo fritto, forse Maurizio sul motorino correva più del solito. I clienti aspettavano, e un’altra volta lui dal capo non poteva farsi rimproverare. Solo così ora la sorella Stefania, scrivono i giornali locali, cerca di spiegarsi come su quella strada che conosceva a memoria Maurizio sia andato diritto, contro un lampione.

Correre per non perdere pochi euro ma, soprattutto, il lavoro, il tanto agognato lavoro. Affannarsi come operai di un tempo lontano, a cottimo su una catena. Se l’avessero detto ai giovani di trenta anni fa, alla generazione dei padri di Maurizio, sarebbero rimasti sbalorditi, cresciuti com’erano nel tempo del posto fisso, e dei diritti intoccabili. E questo giovane uomo invece che alle soglie dei trent’anni ancora – dicono gli amici commossi – in tutti i modi cercava un lavoro. E ne accettava, grato, uno a 20 euro al giorno. In prova, però. In Italia la disoccupazione giovanile è al 32%. Quanti sono in coda per un posto da rider, malpagato e magari in nero? Invisibili, poi. Mai visto uno sciopero o un corteo. Se mancano un giorno, lo stipendio è perduto.

E in questi primi giorni di scuola ci viene da immaginare un altro lontano primo giorno, ventitré anni fa, e un bambino con il fiocco blu al collo e i quaderni nuovi. Anche a lui e ai suoi compagni la maestra avrà detto: studiate e potrete lavorare, mantenere i figli, avere una famiglia. Maurizio, fiducioso, chino sulle pagine bianche scriveva le prime parole.

Che pena, scoprire un giorno che in realtà nessuno ti vuole. Che non servi. Finisce che accetti, per dignità, di portare le pizze e, per povertà, di sperare nelle mance. Finisce che aspetti con ansia la fine dell’estate perché t’hanno detto: a settembre, magari. Terzo giorno di prova, ce la puoi fare, ma bisogna correre. Le strade le sai come le tue tasche, ma, d’improvviso, che cosa? Il ronzio del motorino tirato al massimo che si spegne in uno schianto. Era così contento il ragazzo delle pizze, di quel nuovo lavoro. (Ma noi, i padri, quelli dei diritti garantiti, non abbiamo nulla a che fare col dramma dei figli? Davamo ormai tutto per scontato? Come non ci siamo accorti delle garanzie, e soprattutto della prospettiva che non hanno ereditato?)

La saracinesca di quel locale pisano è abbassata, ma sopra c’è un cartello scritto a mano, alla svelta: «Cercasi speedy pizza». Venti euro al giorno – purché non consegni in ritardo.

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