«Siamo popolo e abbiamo un programma». La stima tra i cattolici non è un optional
sabato 5 agosto 2017

Caro direttore,

sono stato amico di Giovanni Bianchi con cui ho condiviso i pochi anni di vita del Partito popolare italiano dalla rifondazione nel 1993 fino al Consiglio nazionale che ne determinò lo scioglimento dieci anni dopo (e fui l’unico consigliere nazionale Ppi a votare contro la proposta di confluire nella Margherita). Ricordo di Giovanni, insieme, fermezza e candore: due qualità che non sempre marciano insieme in una persona. Per conoscerlo bene andavano letti i suoi libri di poesie, davvero stupefacenti. Colgo l’occasione fornita da Franco Monaco per accennare a qualche considerazione sul futuro dei cattolici in politica, partendo dall’esperienza che con molti altri amici abbiamo compiuto alle amministrative del 2016 e 2017 in decine di città, presentando agli elettori l’opportunità di votare per un partito autonomo di ispirazione cristiana denominato Popolo della Famiglia.

Ci siamo confrontati con molte difficoltà, ma non con quella di determinare il nostro orizzonte programmatico: siamo ispirati dalla dottrina sociale della Chiesa. Questo non fa di noi un movimento confessionale. Alla nostra proposta collaborano anche evangelici, persino islamici, così come agnostici e non mancano gli atei. Certo, l’ossatura del gruppo dirigente del Popolo della Famiglia è composta da cattolici. Il nostro punto di vista è piuttosto chiaro. Noi vogliamo contrastare la piaga dell’aborto stabilendo il principio del diritto universale a nascere; vogliamo che il dettato costituzionale che riconosce la famiglia come «società naturale fondata sul matrimonio» tra un uomo e una donna sia rispettato; vogliamo che ogni bambino abbia il diritto riconosciuto ad avere una mamma e un papà e che sia definito crimine contro l’umanità il ricorso dei ricchi all’affitto dell’utero di donne in stato di bisogno; vogliamo che il malato, l’anziano, il sofferente sia curato e non considerato un peso da eliminare, con leggi come quella sull’eutanasia, figlia della «cultura dello scarto» più volte denunciata da papa Francesco: vogliamo che la famiglia torni al centro delle politiche sociali, in particolare la famiglia numerosa, proponiamo quindi una riforma fiscale basata sul quoziente familiare; consideriamo la denatalità una tragedia per il nostro Paese e vogliamo dunque tornare a una stagione di fecondità istituendo per le donne che volessero dedicarsi alla cura della famiglia il reddito di maternità, che avrebbe un impatto molto minore sui conti pubblici rispetto al reddito di cittadinanza proposto da altri movimenti, generando invece un circolo economico virtuoso; siamo preoccupati per un Paese che non sa accogliere dignitosamente l’immigrato, consente un flusso indiscriminato sulle nostre coste, che rischia di trasformarsi in fornitura di manodopera a basso costo che lede i diritti dei lavoratori e delle famiglie italiane; vogliamo una scuola libera, in cui la famiglia possa scegliere dove far crescere i propri figli, senza correre i rischi di indottrinamenti ideologici che vanno dal sessantottismo militante al gender.

C’è davvero un evidente bisogno dei cattolici nell’agone politico e un movimento come il nostro può aprire una stagione del tutto nuova. Necessita il coraggio di percorrere la strada in autonomia, perché nessuna delle tre coalizioni maggiori oggi è disponibile a una nettezza sui princìpi e il fallimento della presenza di parlamentari cattolici nei partiti esistenti è sotto gli occhi di tutti: non contano nulla.

Mario Adinolfi presidente del Popolo della Famiglia

Programma affascinante e denso, caro Mario che stai articolando da tempo sul quotidiano online che dirigi, “La Croce”. Per realizzarlo servono argomenti forti, e tu fai politica e giornalismo da abbastanza tempo per ricordare che coincidono con lunghe campagne informative e tenaci battaglie civili di “Avvenire”, sviluppate sostenendo l’impegno del Forum delle associazioni familiari. I tuoi argomenti lo sono, anche se personalmente emenderei il punto sul bando dell’«utero in affitto» (va bandito sempre, non solo se il soggetto committente è ricco e la donna è povera) e quello sullo sgoverno delle richieste di asilo e, in generale, delle migrazioni (non si può acconsentire neanche in modo obliquo alla retorica dell’«invasione» e della «lesione» agli italiani). Ma ci vogliono anche capacità di attrazione, intese più ampie possibili, saggia capacità di convinzione e mediazione. Sei sicuro che per cominciare il modo migliore sia di liquidare in blocco come «nulla» la presenza dei cattolici oggi impegnati in politica? Io ne vedo i limiti, ma non l’inutilità. Ne denuncio il sequestro “feudale” da parte di alcune logore figure di “capi” e la banalizzazione per colpa di volti troppo noti e poco stimati, non la dirittura dei più. E sono convinto quanto e più di te che tante energie preziose del nostro Paese, anche e soprattutto nei mondi vitali del cattolicesimo, siano oggi troppo lontane dall’impegno nell’agone politico proprio perché è diventato un’arena dove ci si combatte a colpi di ambizioni, presunzioni, sopraffazioni, omissioni, secessioni e proscrizioni... Il futuro non ha bisogno di parole-spada e parole-bandiera di fazione e fazioncina, ma di parole-seme capaci di far crescere fatti reali, frutti di condivisione. Se dico “Camaldoli” sono certo che tu, e non solo tu, capirai benissimo... Così è stato in un passato che non dobbiamo dimenticare e che non possiamo ripetere in modo identico. Per questo dai cattolici, anche e soprattutto nei rapporti tra di loro, pure io mi aspetto oggi per cominciare generosi e buoni esempi. La fraternità non è un optional, soprattutto per i cristiani. Auguri, dunque, per il tuo impegno alla luce della Dottrina sociale della Chiesa, che lieviti nel segno della chiarezza e del dialogo (che nasce dalla stima se non proprio dall’amore cristiano): l’una e l’altra rendono utile e buono ciò che facciamo.

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