Siamo infinitamente più del nostro «fare»
mercoledì 4 luglio 2018

Il discorso, non lungo, ma molto denso, che papa Francesco ha rivolto il 25 giugno ai membri della Pontificia Accademia per la Vita, riuniti a Roma per la loro XXIV Assemblea generale, dedicata al tema “Uguali alla nascita? Una responsabilità globale”, merita di essere riletto e meditato almeno sotto due profili. Il primo concerne il nesso che per il Papa deve sussistere tra la bioetica “globale”, che l’Accademia per la Vita sviluppa costantemente anno dopo anno, e l’«ecologia integrale» proposta dall'enciclica Laudato si’.

Solo un’«ecologia integrale», ribadisce il Papa, è in grado di aprirci gli occhi davanti al lavoro «sporco» della morte, che opera perché la vita «si ripieghi su se stessa», ignorando il bene altrui e diventando mero bene di consumo. Solo un’«ecologia integrale» è in grado di rendere adeguata ragione del fatto che «tutto nel mondo è intimamente connesso»: il potere e la tecnologia, l’economia e il progresso, la responsabilità della politica internazionale e locale, la cultura dello scarto e l’esigenza di proporre nuovi stili di vita. Operando per costruire una visione olistica della persona, un’«ecologia integrale» coglie i collegamenti e le differenze concrete in cui «abita l’universale condizione umana», che si esprime in una molteplicità di differenze fondamentali, che vanno tutte percepite, descritte e soprattutto rispettate: quelle che identificano l’uomo e la donna, la paternità e la maternità, la fraternità e la filiazione, la socialità e tutte le diverse età della vita, la malattia e la vecchiaia, la disabilità e l’esclusione, la violenza e la guerra. Nel contesto di questo lucidissimo quadro antropologico, di estrema complessità, aperto a mille contraddizioni e proprio perciò bisognoso di una comprensione armonica e complessiva, papa Francesco insiste nel sottolineare l’importanza della «formazione cristiana ed ecclesiastica»: è questo il secondo profilo che dà sostanza al discorso del Papa.
I grandi temi dell’etica della vita, sui quali si affannano i bioeticisti, non vanno confinati tra le questioni limite della morale e del diritto. Su questo punto non sono più possibili illusioni di alcun tipo: come ci ha insegnato Bernanos (il cui pensiero è presente dietro le parole del Papa) non sono le regole a difendere la nostra umanità, ma siamo noi che dobbiamo difenderla, attraverso le regole. Solo l’adeguato sostegno di una «prossimità umana responsabile», senza cioè un impegno pesante, individuale, diretto e consapevole, «nessuna regolazione puramente giuridica e nessun ausilio tecnico potranno, da soli, garantire condizioni e contesti relazionali corrispondenti alla dignità della persona».

Ecco perché, nel chiudere il suo discorso, il Papa impegna i bioeticisti a rivolgere la loro attenzione alla destinazione ultima della vita, cioè all’orizzonte che oltre passa il bios e che lo riempie di senso. Nella speranza escatologica siamo chiamati gratuitamente alla comunione con Dio stesso e a partecipare alla sua felicità: questa speranza, ricorda Francesco citando la Gaudium et spes, non sminuisce gli impegni terreni, ma dà all’uomo nuove forze per attuarli e ci consente di capire il mistero ultimo della vita umana, «bella da incantare e fragile da morire». In questa prospettiva, arriviamo a capire che tutti i paradossi e tutte le contraddizioni della vita si sciolgono, perché la vita «rimanda oltre se stessa: noi siamo infinitamente di più di quello che possiamo fare per noi stessi».

Non è semplice per quei bioeticisti, che vedono la bioetica come una disciplina “accademica”, e che sono abituati a formalizzare correttamente i loro paradigmi e a verificarne la consistenza e ritengono loro dovere impegnarsi a tradurre questi paradigmi nelle tavole dei diritti umani fondamentali, assorbire fino in fondo queste considerazioni. Ma l’Accademia per la Vita, a onta del suo nome, non è un luogo freddamente “accademico”: è piuttosto uno “spazio” creato per estrarre dal concetto di “vita” orizzonti inesauribili di senso. In questa prospettiva il discorso di papa Francesco non ha voluto indicare agli accademici specifici obiettivi di impegno e di lavoro: ha semplicemente ricordato loro che prima di essere pensata come concetto, la vita va vissuta come esperienza. Ed ascoltare le parole del Papa è, a suo modo, un’esperienza profonda di vita.

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