Ripartire dalle «reti» con responsabilità chiare
sabato 23 febbraio 2019

Caro direttore,

sto seguendo il dibattito sull’impegno dei cattolici in politica. Non nascondo qualche disagio. In questi anni di attività pubblica posso dire, senza presunzione, che ne ho viste tante. E spesso vissute anche in prima persona. L’Agesci, il Forum del Terzo settore, la nascita agli inizi del 2000 delle tre 'reti' (Retinopera, Forum famiglie e Scienza&Vita) consacrate nel Convegno ecclesiale di Verona, la stagione delle nuove Settimane sociali (ho partecipato a tutte dalla loro ripresa, due da segretario). Poi Todi 1 e Todi 2. Quindi la 'scommessa' di Scelta civica. Ancor prima quella delle scuole di formazione alla politica. E oggi l’impegno in Parlamento.

Nessuno me ne voglia, ma il dibattito che meritoriamente 'Avvenire' sta accompagnando lo trovo ancora acerbo (certo non per colpa del giornale), poco attento alle vicende precedenti che a vario titolo hanno coinvolto i cattolici, poco attento a comprendere il tempo che viviamo. Si ripropongono temi e proposte francamente un po’ generiche, poco concrete e talvolta per nulla realizzabili. Si riapre un dibattito fuori tempo massimo sulla nascita di una formazione politica di ispirazione cristiana. Si parla dell’urgente ritorno dei cattolici in politica, appello a mio parere tanto generico quanto inutile, che dimentica i tanti i cattolici impegnati in politica, soprattutto nelle amministrazioni locali. Basterebbe ripartire da qui.

Mi si dirà: e allora cosa proponi? Va tutto bene? No di certo. Dobbiamo aprire un’altra stagione, che accolga le sfide che abbiamo davanti a noi, un tempo intriso di contraddizioni, sospeso tra paure e speranze, tra desiderio di una casa più sicura e la chiamata all’apertura, all’incontro, a mettersi in strada. Per questo mi permetto di proporre alcuni punti.

La prima sfida è anzitutto educativa e formativa; mi domando, l’educazione alla cittadinanza è oggi un asse prioritario nei progetti educativi proposti da associazioni e movimenti? Offriamo strumenti adeguati per leggere il tempo e percorrerlo con speranza? A che punto siamo sulla conoscenza della Dottrina sociale? Penso ovviamente non solo alla convegnistica, ma a una concreta pratica laboratoriale, perché la sfida terribilmente attuale, e per certi versi drammatica, è 'incrociare' quei princìpi con la vita concreta, con le risorse che si hanno a disposizione, praticando con sapienza e competenza il principio di realtà a noi tutti caro.

Partiamo, poi, con il valorizzare coloro che stanno nelle istituzioni, nelle pubbliche amministrazioni, nelle organizzazioni civili, così da far comprendere alle nuove generazioni che agire per il bene comune alla luce dei princìpi evangelici non è una passeggiata. L’impegno pubblico talvolta – forse spesso – riserva fatiche, sofferenze, incertezze, solitudine e poco sostegno. Nelle nostre città proviamo a 'misurare' i princìpi della dottrina sociale con la concreta gestione dei servizi di welfare, con la stesura di un bilancio comunale, con i servizi alle imprese... E rammentiamo a noi tutti che il servizio alla carità politica ha bisogno di una solida spiritualità senza la quale si perde facilmente la prospettiva di un impegno che è, al tempo stesso, faticoso ed entusiasmante. Dobbiamo servire la politica, non servirci della politica, come ricordava don Sturzo.

È bene rammentare che i princìpi della dottrina sociale possono proporre soluzioni diverse. Il principio di sussidiarietà ne è un esempio. Può essere spinto all’eccesso, al 'fai da te' in nome di una libertà indiscutibile, o prevedere una circolarità che vede coinvolti tutti i soggetti di un territorio a partire dalla pubblica amministrazioni. Negli anni anni 90 sono risuonati slogan come meno-Statopiù- mercato, o meno-Stato-piùimprese, slogan che oggi mostrano la loro inadeguatezza. L’equilibrio, la giusta misura da cercare sono un compito che attende ogni credente, ogni persona che scelga il servizio alla politica. Vanno mostrate le diverse esperienze del cattolicesimo politico per rendere consapevoli i nostri giovani dello sforzo di discernimento compiuto dalle precedenti generazioni. Don Sturzo rappresenta il pensiero di un cattolicesimo liberale per nulla vincente nel Paese, con tratti peculiari che non troviamo in Dossetti o La Pira. Don Sturzo subì l’esilio e al suo ritorno dagli Stati Uniti fu di fatto emarginato dalla Democrazia Cristiana tanto che da senatore si iscrisse al gruppo misto. È bene ricordarlo. Non per contrapporre, ma per mostrare la bellezza, la complessità di una cultura politica che si è lasciata sfidare dal tempo, per un Paese più libero nel quale trovare una sintesi tra presenza di uno Stato popolare non accentratore e una società civile fatta di comunità locali libere di organizzarsi al meglio.

E infine. C’è stata e c’è Retinopera senza grandi esiti, si inventò un Forum che trovò spazio nella stagione di Todi, vedo che si parla di nuovo di Reti e di Forum. Bene, ci si provi, ma si diano responsabilità a coloro che le reti sanno costruirle, non basta un documento (quanti ne ho firmati in questi anni...). Si tratta di mettere a sistema e in relazione esperienze innovative e generative sul fronte sociale e economico, formativo e culturale, su quello europeo e internazionale. Esperienze che annunciano un punto di vista e una prospettiva di speranza, che fanno maturare competenze e strumenti, e soprattutto nuove vocazioni. Fare rete è uno slogan buono per tutte le stagioni: ma ricucire, tessere relazioni, animare le comunità richiede tanta pazienza, tanta dedizione e tempi adeguati. Solo così il resto verrà da sé. Abbiamo bisogno di una nuova infrastrutturazione civile del Paese, un compito arduo ed entusiasmante, le risorse e le energie sono assai diffuse, e sono tante. Proviamoci portando nel cuore i princìpi iscritti nella nostra Carta costituzionale, che oggi anche a me pare minacciata e troppo strattonata.

Senatore della Repubblica, Pd

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