sabato 14 febbraio 2015
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Quando nell’esortazione Evangelii Gaudium abbiamo letto ciò che Papa Francesco scrive a proposito dell’omelia, ci siamo sentiti interpretati sia nell’insofferenza che proviamo ascoltando certe prediche sia nella gioia che suscitano in noi altre omelie che alimentano la nostra vita spirituale, suscitano la preghiera, svegliano nel cuore riflessioni e propositi di bene.  Ora che quei pensieri hanno trovato una sistemazione organica nel Direttorio omiletico presentato in Vaticano martedì possiamo sperare in una predicazione che dica in modo essenziale il Vangelo e parli il linguaggio del nostro tempo?  Qualche volta dobbiamo ammettere che non solo certe omelie ci hanno messo in imbarazzo ma che abbiamo sperato che i nostri figli o i nostri nipoti non fossero a Messa quel giorno, per non essere impegnati, a casa, in discussioni interminabili nelle quali saremmo stati a corto di argomenti.  Ma questi sono casi limite. Più frequentemente ci capita di ascoltare omelie che sono inutili, che non fanno che ripetere con scarsa efficacia la pagina della Scrittura ascoltata, senza riuscire a far cogliere di essa l’anima e il rapporto con la nostra vita di tutti i giorni. Sono soprattutto tre i difetti che rendono inutile la predicazione e faticoso l’ascolto. Ci sono omelie che costituiscono divagazioni su temi che poco hanno a che vedere con la Parola che viene proclamata.  Sono limiti che anche il Direttorio indica. E poi vi sono omelie astratte e lontane dalla vita, che offrono spunti dottrinali talvolta interessanti, più spesso fuori contesto, difficili da accettare, perché la dottrina, soprattutto quella che riguarda aspetti morali o questioni sociali, avrebbe bisogno di essere posta in relazione con la vita concreta delle persone, con le loro situazioni, con i loro drammi. Enunciata in maniera fredda e distaccata, rischia di apparire persino violenta e di generare distanza; senza considerare il disagio che si prova quando si ascoltano ad esempio valutazioni della situazione politica, che riguardano quindi aspetti opinabili, su cui sarebbe necessario almeno poter discutere... Ma l’omelia implica una comunicazione unidirezionale. E allora ci si agita sulla sedia, e si cerca di pensare ad altro. E in fondo ci resta il sapore amaro di un appuntamento mancato con la Parola.  Poi ci sono le omelie che parlano un linguaggio di altri tempi e che sembrano portarci in una dimensione temporale diversa da quelle quotidiana. Gesù ha spiegato i misteri del Regno ricorrendo alle immagini della vita dei suoi ascoltatori: la semina, la pesca, il banchetto, la famiglia... Ha usato parole piene di umanità, dense, concrete, semplici. E ha affascinato perché in esse le persone hanno colto verità, autenticità, interesse per la loro situazione. Che cosa può capire della vita cristiana un giovane che sente parole come salvezza, redenzione, intercessione, offerta? Solo traducendo queste parole nella realtà umana che esse interpretano, solo riportandole alle dimensioni esistenziali che contengono, potranno risultare comprensibili. Solo chi è aiutato, ad esempio, a riconoscere nella sua vita l’esperienza di essere perduto può comprendere cosa significa essere salvato.  Ci sono alcuni preti le cui celebrazioni sono affollate: sono quelli che sanno coinvolgere con il loro linguaggio vivo, semplice, umile, umano. Personalmente, sono soprattutto due le caratteristiche che cerco in un’omelia: il suo radicamento nella Parola di Dio annunciata e la sua umanità. Non mi interessano divagazioni sull’attualità: le sento, se voglio, in molti altri luoghi. Mi interessa essere aiutata a stare in ascolto del Signore che parla a me, alla sua Chiesa, al mondo intero. Non mi interessa ripassare il catechismo, mi interessa sentirmi interpellata dal Signore e dal suo Vangelo, essere aiutata a capire che la sua Parola è anche per me, oggi, nella situazione concreta in cui mi trovo. E la illumina, o mi sostiene nel portarne l’oscurità.  E poi si vorrebbe sentire una parola carica di umanità, di passione per la vita, di attenzione a ciò che passa nelle giornate ordinarie. Ogni omelia dovrebbe darci in qualche modo l’emozione di quelle parole del Concilio: «Le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce...» e farci respirare il profumo del Vangelo. Allora ogni celebrazione sarà veramente annuncio di una notizia buona: che nel Signore Gesù la vita raggiunge la sua pienezza, e vale veramente la pena di essere vissuta. Ogni domenica la Chiesa ha la possibilità di far risuonare questo Vangelo per migliaia e migliaia di persone: non può sprecare questa opportunità.
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