mercoledì 3 giugno 2015
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Felice il Paese che non ha bisogno di carceri: lì tutti sono onesti, non ci sono errori giudiziari e nessuno è detenuto per la propria fede religiosa o per le proprie idee politiche. Ma purtroppo quel Paese non esiste, perciò sarebbe già abbastanza poter dire: encomiabile il Paese nelle cui carceri sono rispettati i diritti delle persone. Per esempio la salute che, parlando della nostra Repubblica da ieri entrata nel suo settantesimo anno di storia, è definita dalla Costituzione (articolo 32) «fondamentale diritto dell’individuo e interesse della collettività», tanto da essere garantite «cure gratuite agli indigenti». Non è scritto, invece, che tale diritto è negato a chi è detenuto, indigente o meno che sia (e non di rado lo è). Anzi, basta andare indietro di qualche articolo, al 27, per (ri)scoprire che «le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato». Ma, ci chiediamo, quale umanità e quale rieducazione, se due terzi dei reclusi risultano affetti da almeno una malattia?  Patologie gravi, non raffreddori. Quasi la metà soffre di malattie infettive, seguono i disturbi psichiatrici e via via tutti gli altri. Se si contano soltanto i 53.500 in cella secondo le ultime statistiche del ministero della Giustizia, stiamo già parlando di oltre 35mila persone. Ma in realtà il dato, diffuso dalla Società italiana di medicina e sanità penitenziaria che da oggi a venerdì terrà a Cagliari il suo congresso, riguarda il flusso di ingressi nelle carceri durante un anno, quindi oltre 60mila su circa 100mila. Perché una delle poche certezze, in prigione, è che chi entra deve essere sottoposto agli accertamenti clinici di rito. E poi? Poi chi esce, spesso, torna a trascurarsi. Mentre chi resta dentro, ancora più spesso, si chiude in se stesso, non chiede l’assistenza né i farmaci che pure potrebbe avere. Del resto, è ancora la Costituzione a dircelo, nessuno può essere curato contro la sua volontà «se non per disposizione di legge». Allora forse sarebbe il caso di rendere effettive le visite periodiche per queste persone: la malattia, infatti, non è tra le pene accessorie previste dal codice. Potremo anche svuotarle quasi del tutto, le celle, ma non potremo mai dire di aver risolto la questione carceraria se, dietro le sbarre, la malattia grave diventa normalità.
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