domenica 29 gennaio 2012
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Gentile direttore,
'globalizzazione', ma chi guarda alla mucca? Si parla di sviluppo, competizione, innovazione, rilancio della produttività... , ma il mondo basterà? Se tutti intendono produrre e commerciare per un mercato globale, io credo che ne otterremo solo un mondo di rifiuti, di obsolescenze, di rese... («vuoti a perdere»). Prendiamo ad esempio la grande distribuzione.
Ormai tutti i mercati si sono omologati nella conservazione, nel confezionamento, nel precotto.
suscitando però alla fine diffidenza, indifferenziazione, scollamento da stagioni, natura, produzione (mucca compresa). Andremo tutti verso il fast food o, specie in Italia, riscopriremo il valore della prossimità, dei prodotti di nicchia? Insomma a predominare sarà il modello della farm americana, la produzione estensiva-intensiva o piuttosto (vedi Einaudi) il podere come ce l’ha tramandato finora la tradizione italiana? Io credo che il primo possa sul momento pretendere di sfamare il mondo, almeno finché duri l’attuale volume del traffici, ma che, non essendo l’energia infinita, sarà bene prepararsi ad altro; alla dimensione localistica; a ritornare, anche per una questione di sicurezza (col cibo non si scherza), a «guadagnarsi il pane col sudore della fronte», propria e non altrui. Nonostante si sia fatto di tutto per distruggere irrimediabilmente l’autosufficienza (si son perse abilità, pratiche tradizioni, conoscenze, specie...), finite le riserve di saggezza accumulate dai nostri antenati, piuttosto che essere schiavizzati dalla globalizzazione, io credo ci convenga tornare (giovani compresi) ad accontentarsi, specie in Italia dove ancora, nonostante i cambiamenti climatici, sole, terra e acqua consentono di godere della vita e del proprio lavoro, magari anche privilegiando la dimensione del tempo e dello spirito. In questo contesto il mondo monastico, l’«ora et labora», può costituire un felice parametro. E, secondo l’altro invito: «quod superest date pauperibus» (ciò che avete in sovrappiù datelo ai poveri), aprire opportunità alla piccola distribuzione, a patto che si privilegino i prodotti locali, stagionali e che si possa, liberi da troppi vincoli, trasformarli, portarli a domicilio, con spirito di confidenza, servizio, fiducia, in relazione anche al progressivo invecchiamento della popolazione.
Carlo Rossi, Firenze
Apprezzo molto l’asse portante del suo sobrio ed efficace ragionamento, gentile signor Rossi. E proprio per questo non riesco proprio a pensare la “soluzione” rappresentata dalla sana tradizione italiana di uso del territorio, della manualità, delle risorse e del tempo come una sorta di ripiego rispetto al modello globale e opulento “made in Usa”. La penso invece come una strada maestra, apparentemente più stretta di altre vie, ma in realtà solida, ben tracciata, sicura. Credo che poco a poco, ma non troppo lentamente, torneremo a rendercene conto e intuisco, parlandone con loro, che i nostri figli (non tutti, ma alcuni sì) sono probabilmente un po’ più avanti di noi nella comprensione di questa pacata eppure già inesorabile urgenza. Siamo, infatti, parte di un mondo che non tornerà a essere diviso in settori lontani e quasi irraggiungibili tra loro, ma proprio per questo le specificità e le antiche abilità devono riavere spazio, ruolo e valore adeguato. Non sono forse le abilità e le specificità coltivate e affinate dai nostri antenati ad aver fatto grande e ancora più attraente questo bellissimo Paese che troppo spesso negli ultimi decenni ci siamo sforzati in tutti i modi di imbruttire, deprimere e mortificare? Non è ancora troppo tardi per un bel recupero e un’intelligente attualizzazione... Di quello straordinario patrimonio di competenze non tutto è andato disperso, tanto è – anzi – ancora ben vivo e trasmissibile. La sapienza cristiana (che da noi è stata, ed è, sapienza di popolo) ci può aiutare moltissimo anche in questo passaggio, in questa fatica per restare (e reimparare a essere) noi stessi, per ringiovanirci senza trucchi, con l’apertura felice alle diversità che ci ha sempre caratterizzato eppure senza irragionevoli esotismi.
Marco Tarquinio
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