giovedì 26 luglio 2012
COMMENTA E CONDIVIDI
Non chiedete alla legge previdenziale quanto  vale la vita di un ragazzo che muore per un infortunio sul lavoro. Non avrete risposta, perché è una domanda sbagliata, a quell’indirizzo. La vita d’un uomo non ha prezzo che la paghi, mai. Si può tentare di misurare il risarcimento del danno di chi resta, ferito dal lutto e dalla sventura, cercando di dar sollievo (non prezzo) a ciò che nel cuore scava il dolore; quasi tributo, e non compenso impossibile, a chi patisce in cuore quella morte, la morte di un figlio, di un coniuge, di un fratello, di un genitore, a chi fa parte di quelli che siamo soliti chiamare i "prossimi congiunti" del morto. E a fianco del danno morale, naturalmente, anche il danno patrimoniale, cioè la perdita dei vantaggi economici su cui si poteva contare quand’era in vita.Questo si chiama risarcimento, e fa carico a chi ha colpa di quel danno. E non si tratta di spiccioli, da quando la giurisprudenza dei nostri tribunali ha dato buona e larga misura alla spanna valutativa del danno morale da morte. Così, se qualcuno ha colpa della morte di Matteo Armellini, il ragazzo lavoratore schiacciato dal crollo del palco che si stava allestendo a Reggio Calabria per un concerto, sarà chiamato a rispondere, e a pagare fino all’ultimo centesimo.Diverso è il circuito previdenziale. Esso funziona come un meccanismo assicurativo (assicurazione sociale) di tipo indennitario, per il danno patrimoniale. Funziona senza pregiudizio dei problemi di responsabilità e di risarcimento da parte di altri. Ne prescinde e interviene in modo prioritario e automatico. Indennizza i superstiti che dal salario del morto traevano sostentamento: il coniuge, sempre;  i figli minorenni, sempre; i figli maggiorenni agli studi, i figli inabili di qualunque età. In mancanza di famiglia propria si indennizzano i genitori, purchè a carico. E i fratelli e sorelle, purchè conviventi e a carico. Così la legge si occupa di disegnare a puntino le varie percentuali che spettano, e le rendite non possono mai superare il salario intero del lavoratore defunto.C’è anche un contributo funerario. Proprio quello che è stato versato per Armellini (duemila euro), e che poi è comparso nelle cronache e designato come "risarcimento di una vita", in modo improprio e fuorviante. Non è così, ed è bene su queste cose essere precisi. Può darsi che per legge non spetti più nulla a nessuno, di denaro pubblico, se i parenti non erano sostentati dal denaro di lui. Ma non è qui che finisce l’orizzonte. Ci resta negli occhi una storia di vita (una giovinezza infranta, in infortunio sul lavoro, con un palco addosso su cui si allestiva uno spettacolo di canzoni) che evoca inquieti pensieri e profonde emozioni in spazi mentali più grandi di una rilettura dei meccanismi previdenziali pubblici del nostro ordinamento giuridico, sulla cui sufficienza, pur nella razionalità dei limiti patrimoniali in cui sta chiuso, si può discutere a lungo, senza per questo imprecare.Qualche altro pensiero ci è necessario, in ciò che di privato accompagna la nostra costosa fruizione dei divertimenti allestiti, e in ciò che di pubblico contrassegna gli spettacoli di massa che ci risucchiano plaudenti e paganti, se l’irruzione della morte ci fa sentire la sproporzione dei nostri sguardi festosi fissati sulle luci d’un palco al quale hanno forse dovuto cambiare qualche assito perchè macchiato di sangue.  Anche da lì, da lì dentro, dovrebbe ora partire il gesto solidale: non c’è canzone lieta, per nessuno, se non riscatta il dolore.
© Riproduzione riservata
COMMENTA E CONDIVIDI

ARGOMENTI: