Più colpe, una verità: a Gaza è stata strage. E sanzioni da abolire
giovedì 17 maggio 2018

Gentile direttore,

lo Stato d’Israele, una potenza occupante, non può dirsi democratico e uccidere, in un solo giorno, con il pretesto di difendere i propri cittadini e di combattere il terrorismo, 60 persone e ferirne oltre 2.700, mentre manifestano per la libertà e per il “diritto al ritorno”, disarmate o al massimo munite di fionde che non hanno ferito nessuno. Le manifestazioni di protesta per il diritto al ritorno e per la rivendicazione dei diritti umani che avvengono ogni venerdì a Gaza dal 30 marzo, sui confini con Israele, non sono organizzate da Hamas, anche se Hamas le condivide, ma da cittadini, critici sia nei confronti di Hamas sia di al-Fatah, che non ne possono più di essere tenuti in una prigione dai governi israeliani. A Gaza tutto è sotto il controllo di Israele: l’acqua, l’energia, le medicine, il materiale da costruzione, le telecomunicazioni, le merci e i prodotti alimentari, nessuno può entrare o uscire. Gaza sta diventando invivibile e i partecipanti alle manifestazioni non sono terroristi, ma giovani che corrono il rischio di essere resi invalidi o di morire perché questo è l’unico modo per denunciare al mondo la loro situazione. Il primo ministro israeliano Netanyahu non vuole né i due Stati né lo Stato unico, ma sta preparando, insieme al presidente Usa Trump, una nuova guerra contro l’Iran. In un mondo più giusto, le sanzioni sarebbero imposte non a Iran e Russia ma a Israele e Stati Uniti. Un cordiale saluto .

Ireo Bono, Savona


Caro direttore,

quella di Gaza è un’orrenda carneficina, non ci sono ragioni per giustificarla, sono tutti colpevoli, israeliani e palestinesi, Onu ed Europa, Stati Uniti e Russia, tutti responsabili di aver ucciso così tante persone per affermare la propria infima “giustizia” e supremazia, tutti colpevoli di non aver considerato la vita un valore primario. A Gaza è stato calpestato l’uomo, e ogni uomo deve chiedere perdono per quanto è stato fatto a Gaza e domandare pace per quella troppo martoriata terra. È ora di riconoscere l’esistenza di due Stati, accanto allo Stato d’Israele anche lo Stato di Palestina deve essere riconosciuto come sovrano, è una condizione importante per la pace in tutto il Medio Oriente. Una nuova prospettiva di dialogo tra le diverse identità presenti in quella terra specialissima, questo vogliamo come uomini e speriamo che le istituzioni internazionali alle parole di circostanza sostituiscano un’azione fattiva.

Gianni Mereghetti, Abbiategrasso


Caro direttore,

ritengo che la più grande “sfortuna” che debbano subire i palestinesi sia quella di avere amici che li illudono, li ingannano e li abbandonano alla sconfitta. Un esempio viene per me dalla citazione dell’intellettuale siriano cristiano Costantin Zureiq riportata da “Avvenire” di martedì 15 maggio nell’articolo di Camille Eid: «La sconfitta degli arabi in Palestina – scriveva nel 1948 il docente all’Università americana di Beirut – non è una calamità passeggera né una semplice crisi, bensì una vera e propria catastrofe, la peggiore mai avvenuta agli arabi nel corso della loro lunga storia». Se gli eserciti dei Paesi arabi non avessero dichiarato guerra e invaso il 15 maggio di settant’anni fa il nascente Stato d’Israele, la storia dei palestinesi avrebbe avuto un corso diverso? Se invece di volerlo distruggere si ispirassero a quello che hanno fatto gli israeliani in questi 70 anni come sarebbe migliore la situazione economica, sociale, sanitaria e culturale di tutta l’area? Chi ha assorbito gli ebrei che da oltre duemila anni risiedevano in tutto il bacino del Mediterraneo e in Paesi dell’area e che sono stati espulsi in maniera brutale da diversi Paesi? Non c’è una componente di cinismo da parte di Hamas di portare un neonato a “protestare” presso il confine di Gaza? Non vorrei che molti dei morti siano provocati dagli stessi uomini di Hamas. Infine una considerazione teologica: non è che molti cristiani siano anti israeliani perché sono preoccupati del celebre passo degli Atti degli Apostoli: «Signore, è questo il momento nel quale tu devi ristabilire il regno d’Israele e qualcuno ha realizzato quel tempo?» (Atti 1,6). Buon lavoro.

Francesco Zanatta Brescia


Gentile direttore,

nessun soldato israeliano ferito o ucciso, decine e decine e decine di palestinesi uccisi e migliaia feriti a Gaza. E l’informazione ufficiale li chiama “scontri”: questa è strage, questa è mattanza. L’onestà dell’informazione passa attraverso il linguaggio giusto.

Luigi Fioravanti


Si può guardare, e infatti si guarda, in diversi modi alle cause delle tragedie che continuano a susseguirsi nella regione asiatica che si affaccia sul Mediterraneo Orientale e che è oggi abitata da ebrei e arabi palestinesi. Un luogo unico e davvero «specialissimo» – il professor Mereghetti ha proprio ragione a definirlo così – che noi cristiani amiamo chiamare Terra Santa, auspicando su di essa la convivenza di due Stati e una condizione di libertà internazionalmente garantita per tutti i Luoghi Santi per cristianesimo, ebraismo e islam. Queste lettere (solo alcune tra le molte arrivate in redazione) sono la prova di tale diversità di approccio, anche radicale. Partendo dall’ultima di esse, vorrei per prima cosa dire al signor Fioravanti, che noi cerchiamo di usare sempre il «linguaggio giusto» e che non chiamiamo mai le stragi “scontri” e neppure gli assalti e attentati “incidenti” così come non derubrichiamo i bombardamenti (di missili o di più semplici razzi) a “impennate di tensione”. Ogni volta ci sono di mezzo vite umane e la loro vita comune, e davanti alla morte o a esistenze stravolte dalla violenza, dall’odio e dai calcoli di potere il dovere di onorare la verità dei fatti non è discutibile e nessuno può autosospendersi da esso. Tantomeno chi fa cronaca. Ci sono diversi sguardi possibili, lo ripeto, ma i morti sono morti. Ogni morte pesa allo stesso modo. Che sia d’uomo o di donna, di arabo palestinese o di israeliano, ma di più – come è umanamente giusto – quando è morte bambina. I morti, tutti ci riguardano e sempre ci giudicano. Sottolineano e condannano responsabilità dirette, ciniche complicità, insopportabili indifferenze. Possiamo dibattere all’infinito su ciò che muove certe “proteste” e su come si sviluppano, e certamente – lo dico al caro signor Zanatta – non possiamo rinunciare a ragionare in modo equanime sulle colpe storiche dell’attuale situazione, ma non è possibile far finta di non vedere e di non capire che al confine tra Gaza e Israele decine di manifestanti sono state uccisi e altre migliaia di loro sono stati feriti. Questa, come abbiamo titolato, è «strage». Terribile e inaccettabile.

Infine, un’annotazione sulla chiusa della lettera del signor Bono. Le sanzioni, come documentiamo da anni sulle pagine di “Avvenire”, non hanno mai prodotto pace, libertà e giustizia, né hanno mai aperto la via a processi autenticamente democratici. In ogni angolo del mondo, hanno solo congelato regimi e piagato i popoli a quei regimi sottomessi. Vanno abolite, rimosse dalla “cassetta degli attrezzi” di chi regge gli Stati e tesse relazioni tra di essi. Abbiamo bisogno di Nazioni Unite che diventino, finalmente, se stesse. A livello planetario, lo so, lo vedo, siamo in una fase di ritorno al passato, alla logica aspra del duello, dell’«occhio per occhio, dente per dente», della guerra (anche “solo” commerciale) come parte della politica, proprio per questo dobbiamo riprendere a lavorare per uscirne. E prima di tutto proprio là dove è più difficile.

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