venerdì 17 marzo 2017
Oggi in San Pietro la liturgia penitenziale che anticipa di una settimana le «24 ore per il Signore». Confessioni, la Misericordia è occasione per rinascere
Peccato e perdono, la guida di papa Francesco al mondo

Anche tra i molteplici impegni del suo ministero di successore di Pietro, papa Francesco non rinuncia a ritagliarsi, appena può, uno spazio per il sacramento della Riconciliazione. Lo ha fatto da ultimo il 2 marzo scorso, nella Cattedrale di Roma, la Basilica di San Giovanni Laterano, confessando alcuni sacerdoti durante l’incontro con il clero capitolino. Tornerà a farlo oggi in San Pietro per la liturgia penitenziale che anticipa di una settimana le '24 ore per il Signore', dato che il 24 e 25 marzo (i giorni di quell’appuntamento giunto alla sua IV edizione) riceverà i capi di Stato e di governo presenti a Roma per il vertice Ue e si recherà in visita pastorale a Milano. L’anticipo conferma quanto a Francesco stia a cuore il confessionale, in cui egli oggi entrerà sicuramente come confessore e non è da escludere (come è già avvenuto negli anni passati) anche come penitente. Il sacramento della riconciliazione del resto è il luogo principe in cui la misericordia – architrave del suo pontificato – abbraccia il peccatore pentito e lo libera dal fardello del peccato. Non sorprende perciò che nei suoi quattro anni da Papa Bergoglio lo abbia frequentato così spesso e anche in circostanze straordinarie: ricordiamo ad esempio la decisione di presentarsi a sorpresa in piazza san Pietro, durante il Giubileo dei ragazzi, il 23 aprile 2016, per ascoltare le confessioni di alcuni di essi, seduto su una semplice sedia, come tutti gli altri preti.

BERGOGLIO CONFESSORE
In un certo senso è nata in confessionale anche la sua vocazione. «Penso a padre Carlos Duarte Ibarra – ha raccontato nel libro intervista con Andrea Tornielli Il nome di Dio è misericordia (Piemme) – il confessore che incontrai nella mia parrocchia quel 21 settembre 1953, nel giorno in cui la Chiesa celebra san Matteo apostolo ed evangelista. Avevo 17 anni. Mi sentii accolto dalla misericordia di Dio confessandomi da lui». Ciò che è ricevuto è reso. Ecco la testimonianza di don Fabian Baez, così come lo stesso sacerdote argentino (ordinato da Bergoglio a Buenos Aires) l’ha raccontata al settimanale 'Il mio Papa': «Studiavo legge e andai a confessarmi al Salvador, la chiesa dei gesuiti di Buenos Aires. Trovai Bergoglio come confessore e quella confessione mi segnò molto. Da quel momento iniziai a confessarmi da lui molte altre volte e posso dire sia stato l’inizio della mia vocazione». Ancora una testimonianza, questa volta di don Mario Peretti, fidei donum di Milano, per diversi anni a Buenos Aires. «Una volta l’abbiamo invitato a presentare un libro, gli ho detto che lo andavo a prendere in auto, ma mi ha risposto: 'No, no, vengo io a piedi, è più comodo'. Quando è arrivato mi ha detto: 'Vedi, in strada uno mi ha visto come sacerdote (perché era vestito senza nessun segno episcopale) e mi ha chiesto di confessarlo. L’ho confessato dietro un’edicola di giornali, se fossi venuto in auto con te non avrei avuto questa occasione» (intervista di Luisa Bove da 'Avvenire' del 17 marzo 2013). Anche alla luce di questi episodi si comprende perché Bergoglio abbia cominciato a parlare della confessione praticamente appena eletto. La mattina del 14 marzo 2013, infatti, si reca a sorpresa a Santa Maria Maggiore e incontrando i confessori della Basilica raccomanda loro: «Siate misericordiosi verso le anime. Ne hanno bisogno». È una raccomandazione che ripeterà molte volte, uno dei leit motiv del pontificato. Così come l’invito che rivolge ai penitenti. «Torniamo al Signore, che mai si stanca di perdonare. Siamo noi che ci stanchiamo di chiedergli perdono». E se ne «hai fatte di grosse, meglio. Vai da Gesù: a Lui piace se gli racconti queste cose». (Omelia della Messa nella parrocchia di S. Anna, 17 marzo 2013, prima domenica da Papa).

VADEMECUM PER I CONFESSORI…
Dopo quattro anni, sono ormai innumerevoli gli interventi sul tema. Un vero e proprio 'vademecum' sulla confessione, per i sacerdoti e per i penitenti. Nel discorso del 12 marzo 2015 ai partecipanti al Corso sul foro interno promosso da Tribunale della Penitenzieria per aiutare i nuovi sacerdoti ad amministrare in modo corretto il sacramento della Riconciliazione, Francesco scende nel pratico. Primo: «La Confessione non deve essere una 'tortura', ma tutti dovrebbero uscire dal confessionale con la felicità nel cuore. Il Sacramento non implica che esso diventi un pesante interrogatorio, fastidioso ed invadente». Secondo: in confessionale né «maniche larghe», né «confessore rigido». «Nessuno dei due è misericordioso. Terzo: il buon confessore prende per mano il penitente e lo accompagna nel suo percorso di conversione, come il Buon Pastore che va a cercare la pecora smarrita e la prende su di sé». E se proprio non puoi dare l’assoluzione, almeno «non 'bastonare'». Emblematico è in tal senso l’invito rivolto ai missionari della misericordia, il 9 febbraio 2016, all’atto del mandato: «Mi raccomando di capire non solo il linguaggio della parola, ma anche quello dei gesti». Cioè quello di chi prova vergogna nell’esporre i propri peccati. «Il Signore capisce queste cose. Voi ricevete tutti con il linguaggio con cui possono parlare». Infine, a sottolineare l’incommensurabilità della misericordia divina, il Papa aggiunge: «Anche il più grande peccatore che viene davanti a Dio a chiedere perdono è terra sacra, e anche io che devo perdonarlo in nome di Dio posso fare cose più brutte di quelle che ha fatto lui. Ogni fedele penitente che si accosta al confessionale è 'terra sacra', da 'coltivare' con dedizione, cura e attenzione pastorale». Non sono solo parole. Si guardino ad esempio le fotografie dei ragazzi confessati in piazza San Pietro. Il Papa è sorridente, anche i ragazzi sorridono. Sì, la confessione non è una camera di tortura. E lo si vede chiaramente da quelle foto. Così come lo si evince dalle testimonianze degli adolescenti confessati nella Basilica di Santa Maria degli Angeli, il 4 agosto scorso, festa dell’VIII Centenario del Perdono di Assisi. Uno dei piccoli rivela: «Ci ha fatto anche battutine divertenti mentre ci confessava, ad esempio che le bugie fanno crescere il naso come Pinocchio».

…E PER I PENITENTI
Il 'vademecum' del Papa vale anche per i penitenti. Un libretto – Custodisci il cuore – fatto distribuire in piazza San Pietro dopo l’Angelus del 22 febbraio 2015 contiene tra l’altro una traccia per l’esame di coscienza. Ma soprattutto Francesco ricorda incessantemente: «Non esiste alcun peccato che Dio non possa perdonare! Nessuno! Solo ciò che è sottratto alla divina misericordia non può essere perdonato, come chi si sottrae al sole non può essere illuminato né riscaldato». Per cui anche se si commette mille volte lo stesso peccato, l’importante è rialzarsi sempre. Per questo durante l’Anno Santo straordinario il Papa ha istituito i missionari della Misericordia, ai quali ha concesso di rimettere anche i peccati gravissimi di solito riservati alla Sede Apostolica, ha esteso a tutti i sacerdoti la possibilità di perdonare l’aborto (facoltà confermata in via permanente anche dopo il Giubileo) e ha fatto esporre per alcuni giorni nella Basilica Vaticana i corpi di due santi cappuccini che sono stati 'apostoli del confessionale': Leopoldo Mandic e San Pio da Pietrelcina.

RECUPERARE IL SENSO DEL PECCATO
Proprio perché parla tanto di perdono, Francesco è il Papa che con più costanza ricorda agli uomini e alle donne del nostro tempo la realtà devastante del peccato. Da quelli più gravi – la mafia, con la conseguente scomunica – alla corruzione, una sorta di 'super peccato' contro cui scaglia spesso delle autentiche invettive e che ha definito «una forma di bestemmia» («La corruzione spuzza » disse a Napoli il 21 marzo 2015; «è tanto difficile che un corrotto riesca a tornare indietro», sottolineò nella Messa con i politici italiani il 27 marzo 2013) ai peccati 'di categoria'. Al mondo dell’informazione ha chiesto di evitare «calunnia, diffamazione, disinformazione» e quella sorta di «coprofilia» che tende a privilegiare solo le cattive notizie. Al mondo dell’economia rimprovera la «cultura dello scarto» che crea povertà. Per non parlare poi delle 15 'malattie curiali' ormai famose. Anche nelle omelie di Santa Marta torna spesso sul tema («Gelosia e invidia: peccati brutti che uccidono con le parole» (21 gennaio 2016). E infine, nell’udienza di mercoledì scorso ha ripetuto con forza: « Il lavoro è dignità, toglierlo è peccato grave». Secondo il teologo Giuseppe Lorizio questa è un’operazione che va oltre i confini ecclesiali e si rivolge a tutta la società: «Il tema della misericordia – ha detto di recente ad 'Avvenire' – non è un colpo di spugna o una pacca sulla spalla. Anzi, proprio perché si mette l’accento sull’accoglienza misericordiosa di Dio, al tempo stesso si recupera il senso forte del peccato. E del resto non ci sarebbe bisogno della misericordia, se il peccato fosse una semplice distrazione da cui mi posso riprendere con le mie forze». In altri termini Francesco sta offrendo alla post-modernità un nuova grammatica per la rinascita. Sottolineando la misericordia, egli richiama l’intrinseca in-equità di certi comportamenti individuali e collettivi. E dice in pratica che solo recuperando la consapevolezza che quei comportamenti sono in-equi (cioè sbagliati), sarà possibile combattere la cultura dello scarto e della morte che ci circonda.

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