Pace. Perdono e riconciliazione, la lezione memorabile di papa Francesco in Colombia


Maurizio Patriciello martedì 12 settembre 2017

Come un tuono rimbombano per la terra le parole di papa Francesco. Come un lampo rischiarano le ombre di una notte buia. Parole antiche quanto il Vangelo cui da voce e da cui le ha estratte. Le uniche che riescono a spalancare i cuori, a donare gioia. Parole semplici come la colomba della pace ma tenaci più della morte.

Non è facile parlare di riconciliazione a chi ha sofferto la morte di un figlio, del marito, della mamma; a chi è rimasto mutilato per il resto della vita dalla cattiveria umana. Per comprenderlo non occorre andare troppo lontano, basta abbassare lo sguardo in noi stessi. Quante volte siamo stati incapaci di perdonare una piccola offesa, uno sgarbo, una scortesia, una mortificazione?

Eppure la risposta a tutti i mali del mondo è proprio in quella piccola parola magica: riconciliazione. Riconcilazione che nasce dal perdono. La pienezza del messaggio che da due millenni ha ammaliato e ammalia milioni di seguaci di Gesù di Nazareth è in quelle parole. Ti perdono, ti chiedo perdono. Non perché non ci sia stato il danno, non perché sia insensibile al male ricevuto. No, ti perdono, ti chiedo perdono perché è l’ unica cosa da fare per continuare a vivere sereno.

Ti perdono, ti chiedo perdono perché un’ altra strada per non farmi e non farti male non la so trovare, non esiste. Ti perdono, ti chiedo perdono perché il Cristo di cui mi fido e al quale ho affidato la mia vita me lo chiede insistentemente. Addirittura me lo comanda. E lui mi conosce meglio di quanto mi conosca io; mi ama più di quanto penso di amarmi io. Ti perdono, ti chiedo perdono per schiacciare finalmente la testa alla serpe velenosa dell’ odio; per non aprire la porta al vento puzzolente della vendetta. Confessiamolo: qualche volta lo abbiamo assaporato quel veleno. Non ci ha fatto bene, ci ha ingannato, ci ha lasciato la bocca amara come il fiele, il cuore incattivito. Ci ha fatto vomitare, ci ha tenuto svegli la notte, ci ha rubato la pace. Ho bisogno di perdonarti e di essere da te perdonato per iniziare a costruire il futuro, guardare negli occhi i miei e i tuoi figli, e i figli che da essi nasceranno.

Dalla Colombia ci è arrivata in questi giorni una lezione memorabile. Francesco ha incastonato nella storia dell’umanità un’altra pietra miliare. Quanta sofferenza c’è in giro per il mondo, ma anche quanta speranza, quanta voglia di ricominciare. Grazie al Papa abbiamo potuto conoscere i nomi, i volti, le storie di fratelli e sorelle che pur strozzati da un dolore atroce hanno saputo perdonare. Il loro coraggio, la loro fede, la loro coerenza sono semi di una nuova umanità. Ci dicono che possiamo continuare a guardare il mondo con occhi nuovi, occhi di bambini. Che dobbiamo continuare a zappare, irrigare, seminare semi di speranza anche quando la siccità sembra rovinare il raccolto. Impariamo da Francesco.

Impariamo, noi cristiani di antica data, da queste sorelle e fratelli che non parlano per sentito dire. Continuiamo a tirare dal baule bimillenario della nostra fede i brillanti più preziosi, senza badare alla polvere che il tempo ha accumulato. Gesù è il Signore, il Salvatore, il figlio di Dio. Da lui siamo amati di un amore senza limiti. È lui che ci invia a portare l’ annuncio del vangelo che salva senza paura, senza pigrizie.

Se ci comanda di camminare sulle acque, vuol dire che possiamo farlo, che ne abbiamo la capacità. Alle testimonianze che ci sono arrivate dalla Colombia aggiungiamo le nostre piccole storie di ogni giorno. Semi di vangelo gettati nelle pieghe dei giorni. Nello scorrere del tempo queste testimonianze restano come punti fermi, più forti della morte, più grandi dell’ universo. Amare chi ci ama è buona cosa ma non necessita di grande fede. Amare chi ci ha fatto soffrire, ci ha sconvolto la vita, o mette alla berlina il nostro lavoro non sempre è facile ma ci rassicura che siamo sulla buona strada.

Amare come ha amato Gesù: è questo il traguardo al quale noi cristiani dobbiamo tendere. È questa la testimonianza che può cambiare il corso della storia. È di questo che necessitano i nostri contemporanei e le future generazioni.




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