Oltre gli errori. Per superare il pasticcio catalano


Giorgio Ferrari venerdì 13 ottobre 2017

Come uscire dal pasticcio catalano? Come rimediare alla catena di sventatezze che i principali attori di questo dramma hanno commesso fino a oggi? Nessuno di loro è immune da consistenti responsabilità: non lo è il presidente della Generalitat de Catalunya Puigdemont nella sua corsa frenetica verso il baratro della secessione; non lo è il premier Mariano Rajoy, a causa di inutili violenze da parte delle forze dell’ordine che hanno accompagnato la sua lineare reazione legittimista a difesa dell’articolo 2 della Costituzione che definisce «la indisoluble unidad de la Nación española, patria común e indivisible»; e nemmeno il re Felipe VI, che a differenza del padre – che pur macinando in cuor suo un trasparente malcontento nei confronti dell’allora premier Adolfo Suárez (il primo eletto democraticamente dopo la dipartita di Franco) – disinnescò in poche ore il golpe del 23 febbraio 1981 ordito dal generale Milans Del Bosch e dal tenente colonnello della Guardia Civil Tejero – ha taciuto nel momento di maggior tensione per poi rivelarsi non “caldo” riferimento del plurale popolo spagnolo (dunque di tutto. catalani inclusi), ma “freddo” custode dell’idea di nazione. E aggiungiamoci pure le non poche ambiguità mostrate dalle forze politiche, sia quelle favorevoli all’indipendenza catalana sia quelle che si sono strette – forse loro malgrado – attorno a Rajoy.

La comunità internazionale auspica e suggerisce – non senza buone ragioni – che sia Madrid sia Barcellona facciano un passo indietro, dialoghino, cerchino un accordo, discutano sui costi del medesimo. Sullo sfondo, com’è noto, c’è un percorso che nessuno vorrebbe davvero imboccare, quello dell’articolo 155 della Costituzione e del suo più temuto pungiglione, il requerimiento (alla lettera: petizione, ingiunzione), dispositivo plurisecolare che i conquistadores utilizzavano come dichiarazione di sovranità di fronte ai nativi delle colonie del Nuovo Mondo, e il cui profilo rimane intatto anche oggi, giacché – come recita quell’articolo «(il Governo) podrá adoptar las medidas necesarias para obligar a aquélla al cumplimiento forzoso de dichas obligaciones o para la protección del mencionado interés general) - non sarebbe altro che l’anticamera della revoca dell’autonomia catalana e del conseguente commissariamento della Generalitat.

Ci sono tuttavia buone ragioni per pensare che lo scontro finale che tutti temono, dalle banche alle grandi imprese che frettolosamente stanno spostando sedi legali e sociali fuori dalla Catalogna fino ai piccoli risparmiatori che temono di perdere l’ombrello di garanzia europeo sui conti correnti, possa essere evitato. La soluzione sta verosimilmente in una revisione in senso federale dell’assetto statale.

Una riforma costituzionale che offra a Barcellona (ma di fatto a tutte le comunità autonome, compresi i baschi, gli andalusi, i galiziani) ulteriori e maggiori spazi di autonomia. A negoziare da una posizione di forza è tuttavia Mariano Rajoy: non solo dispone della maggioranza assoluta necessaria al Senato per poter revocare l’autonomia di Barcellona, ma è avvantaggiato dal relativamente lungo lasso di tempo consentito a Puigdemont per chiarire se quella proclamazione di indipendenza subito congelata sia cosa reale oppure appartenga al mondo dei sogni, delle velleità e di quella sapiente orchestrazione internazionale che ha rapidamente infiammato di un irredentismo di maniera molti cuori inconsapevoli e immemori. Un’infatuazione che già nel suo stesso Parlamento è oramai voce di minoranza, dopo che il Cup, formazione indipendentista di estrema sinistra ha abbandonato il governo. Leader di non eccelsa levatura, Puigdemont rischia di rimanere stritolato dalla morsa che Madrid e l’Unione Europea gli hanno stretto attorno se solo s’incaponisse nell’ordalia che vuole Barcellona capitale di una nazione indipendente e sovrana. Se avrà l’intelligenza di misurarsi con la realtà, magari studiando il modo di uscirne senza troppo disonore, salverà la faccia e insieme l’incolumità dei suoi concittadini (separatisti e no). Il bizantinismo dell’articolo 155 gli consente un’onorevole scorciatoia e molte dilazioni prima che la macchina letale del commissariamento da parte dello Stato centrale si metta in moto. Unico impiccio: lunedì Puigdemont dovrà rispondere a Rajoy e per una volta essere netto, senza ombre, ovvero quell’hombre verticalche finora non è stato. Ed è questo il rischio maggiore, assieme ai sentimenti e risentimenti ormai eccitati (da slogan incendiari e forza mal usata, anche ieri è stato così). L’augurio è che l’uomo di Barcellona trovi finalmente parole e gesti. Oltre i propri errori e, persino, oltre quelli degli altri. Giorgio Ferrari © RIPRODUZIONE RISERVATA

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