Passaggio rovente in Gran Bretagna
mercoledì 11 luglio 2018

Se non è un golpe, poco ci manca. In questa congiura delle polveri che sta minando alle fondamenta il Governo May c’è tutto e il contrario di tutto: la sfiducia strisciante nel ringhioso sottobosco dei tories, l’offensiva del nemico numero uno Boris Johnson, la sadica sinfonia degli addii che mira a sfilarle un alleato dopo l’altro (prima l’euroscettico David Davis, che aveva il mandato di negoziare con Bruxelles, poi il titolare degli Affari Esteri, poi ancora chissà), il sordo brontolio dell’establishment che si domanda cosa sarà della sterlina (prontamente collassata su se stessa come un soufflé), degli affari, del caos finanziario che si preannuncia e sullo sfondo un irridente Jeremy Corbyn, che già pregusta un’elezione anticipata che lo vedrebbe cavalcare senza sforzo (e senza vere idee) l’onda del malcontento a spese degli avversari.

Sul banco degli imputati c’è quella «soft-Brexit» declinata nei dettagli da Theresa May davanti ai suoi ministri nella residenza di campagna di Chequers Court tre giorni fa e prontamente salutata da alcuni giornali come la scelta più logica e opportuna del governo. Salvo poi fare precipitosa marcia indietro, dopo che nel giro di quarantotto ore gli alfieri del leave l’avevano bollata come una resa incondizionata all’Europa: troppo conciliante, troppo morbido il divorzio, anzi quegli accordi commerciali proposti alla Ue – se pure limitati alle merci, non ai servizi e tantomeno alle persone – non sarebbero che una copia carbone di quelli precedenti, per non parlare del pasticcio sui confini irlandesi.

E senza contare che non è affatto scontato che all’Europa questo accomodamento soft piaccia più di tanto. "Criticavate tanto l’Europa à la carte? – sibilano adesso nei corridoi di Bruxelles – Bene, scordatevi una Brexit dove voi inglesi potete piluccare i bocconcini migliori lasciando gli avanzi nel piatto". Come dire: a queste condizioni il temuto «no deal» del 2019 si fa più probabile. Soprattutto se ci sarà un cambio della guardia a Downing Street.

A guidare la fronda è – qualche dubbio in proposito? – Boris Johnson, capofila dei brexiteers e candidato a sostituire il premier non appena possibile, visto che nel precedente giro di giostra era stato parcheggiato (un po’ per blandirlo, un po’ per neutralizzarlo tenendolo d’occhio) agli Esteri. Ma in fondo questo è un film già visto: la congiura interna ai tories ricorda da vicino il complotto con cui – sempre a causa dell’Europa – fu messa da parte nel 1990 Margaret Thatcher. Anche allora si dimise il vicepremier Howe, ultimo dei cavalli di razza licenziati dalla Lady di Ferro (prima di lui, Lord Carrington, Leon Brittan, Nigel Lawson, Michael Heseltine) e poco dopo la Thatcher andò in minoranza nel partito, perdendo la leadership per soli quattro voti. Fu costretta a dimettersi e uscì in lacrime dal numero 10 di Downing Street lasciando campo libero a John Mayor. Theresa May – il cui gabinetto peraltro è appeso al quel pugno di voti degli unionisti irlandesi che le garantiscono la maggioranza – non può non ricordarlo. Come sa bene che sono sufficienti le firme di 48 parlamentari per chiedere la sfiducia del leader e la conta nel partito.

Ma sia l’establishment inglese sia la Ue continuano a sperare in quella «soft-Brexit» che in qualche modo accontenterebbe tutti ed eviterebbe il caos. Forse, dunque, non siamo al capolinea. Forse c’è ancora la possibilità che Theresa May rattoppi il proprio gabinetto (sarebbe il sesto rimpasto) e faccia pace con l’Europa portando il Regno Unito a una separazione consensuale morbida, con qualche ritocco qua e là e qualche abiura che accontenti gli estremisti del leave.

Ciò non impedisce tuttavia che in fondo al tunnel si stagli il viso da putto scarmigliato di quell’ex corrispondente del "Telegraph" dalle origini russo-ottomane a suo tempo molto coccolato dalla Thatcher, già enfant prodige del partito, poi due volte sindaco di Londra, che della scalata al potere ha fatto una ragione di vita fin da quando studiava a Eton e a Oxford.

Nel rassegnare le dimissioni, Johnson ha detto alla May che con il suo paper plan il Regno Unito rischia di diventare «una colonia d’Europa». La May gli ha risposto: «Sono dispiaciuta, e un po’ sorpresa» «A little surprised». Ma è un po’ difficile crederle.

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