venerdì 27 agosto 2010
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Non arretrare di un passo. E fare al più presto chiarezza sul gravissimo attentato che ieri notte ha colpito la casa del procuratore generale di Reggio Calabria, Salvatore Di Landro. Sulle modalità e motivazioni del gesto, sul perché il bravo magistrato, già da tempo nel mirino della ’ndrangheta, sia stato lasciato quasi indifeso: neanche una telecamera a sorvegliare la sua abitazione.Ancora una volta le cosche calabresi hanno inviato il loro violento messaggio. Non l’unico in questi mesi, tra lettere minatorie a politici, magistrati, vescovi, e attentati a imprenditori e parroci (l’ultimo proprio ieri). Forse ci si era un po’ distratti, presi dalle beghe di questa estate politica che non ha conosciuto ferie. La ’ndrangheta in ferie non ci va mai e ora, con la bomba a Reggio, avverte tutti che malgrado arresti eccellenti e importanti sequestri, lei è sempre lì. Col suo intreccio perverso con la politica e l’economia regionale e non solo. Recentissime inchieste hanno confermato la sua potenza economica e la sua capacità di infiltrarsi ovunque, trasferendo al Nord (d’Italia e d’Europa) affari e comportamenti, omertà compresa. Forte dell’enorme accumulo di capitali, frutto della presa planetaria sul traffico di droga, ma anche dei troppi silenzi che ancora favoriscono la sua attività.Il segnale inviato con la bomba di ieri è, in questo senso, chiarissimo. Vista la scarsa sorveglianza avrebbero tranquillamente potuto uccidere ma non lo hanno fatto. Bastava il segnale: «Noi ci siamo». Allora ha davvero ragione il procuratore nazionale antimafia, Piero Grasso, quando si chiede come mai si sappia ancora poco sull’attentato che il 2 gennaio colpì la Procura generale, primo passo di questa strategia dell’intimidazione, strana per la ’ndrangheta solitamente restia alle azioni eclatanti, soprattutto contro le istituzioni. Perché ora si muove? Sicuramente il contrasto in questi anni si è fatto più pressante e efficace. Soprattutto sui beni e gli affari delle cosche. E questo fa male, molto male. La stessa Procura generale, proprio con l’arrivo del nuovo capo e di altri bravi magistrati, ha potuto rafforzare la linea del rigore. Non è più il luogo dove i boss potevano sempre sperare di invertire le sentenze di primo grado. Aria nuova, aria pulita. Che non è ancora, purtroppo, quel «fresco profumo della libertà che si oppone al puzzo del compromesso morale, dell’indifferenza, della contiguità e quindi delle complicità» che tanto desiderava Paolo Borsellino per la sua Sicilia e per tutto il Paese.Oggi nell’Isola questo profumo, grazie all’impegno di tanti uomini di buona volontà, magistrati e imprenditori, poliziotti e giovani, insegnanti e uomini di Chiesa, si comincia a sentire. In Calabria l’aria resta ancora mefitica. Resiste la palude. E nella palude è troppo facile nascondersi, intrecciare rapporti e affari, sancire oscure alleanze. Anche qui segnali positivi certo non mancano: giovani, associazioni, sacerdoti spesso fianco a fianco coi magistrati che, sempre più, scelgono di essere tra la gente per spiegare quello che per troppo tempo non si è voluto dire. «Questa è la ’ndrangheta, così la dobbiamo combattere, così la possiamo vincere». Ma tanti altri, purtroppo, scelgono il silenzio e l’interesse, contigui e complici. In tanti, troppi palazzi della politica, dell’economia e anche della giustizia. È a questi che la ’ndrangheta, e i suoi complici, mandano messaggi a colpi di bombe. Per intimidire i coraggiosi e non far cambiare idea ai pavidi. Tocca ai calabresi onesti e puliti fargliela cambiare. E a noi tutti non spegnere mai attenzione e riflettori sia sul "puzzo" che sulla rinnovata voglia di "fresco profumo".
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