martedì 22 agosto 2017

Tornano insistenti le minacce sul web contro l’Italia, l’unico dei grandi Stati occidentali che ha finora evitato i colpi sanguinosi del terrorismo islamico, che così tante volte ha colpito nel resto d’Europa o negli Stati Uniti d’America. E certo, non fosse altro che per la legge dei grandi numeri, anche il nostro Paese potrebbe essere destinato, prima o poi, a fare i conti con quell’inumana violenza, visti i numeri crescenti di aspiranti miliziani "bloccati" in Occidente e di jihadisti in fuga dalle rovine del califfato di Daesh. O per la velocità con cui la spicciola filosofia nichilista del terrore riesce ad attrarre qualche seguace tra musulmani di seconda o terza generazione.

Per una volta, tuttavia, se davvero verremo colpiti non si potrà mettere sul banco degli imputati le nostre proverbiali manchevolezze, ritardi e incapacità previsionali, come avviene puntualmente in occasioni di terremoti o delle mille emergenze che ci affliggono. Perché nei confronti dei gruppi islamici radicali le nostre forze di sicurezza agiscono da anni con una professionalità e un’efficienza che ci vengono ormai riconosciute a livello internazionale, con una pluralità di strumenti di prevenzione e repressione che si sta dimostrando davvero efficace.

Il primo livello di prevenzione è la grande capacità di percepire le minacce e di monitorare gli ambienti a rischio: intelligence e forze dell’ordine hanno "orecchie" e fonti nelle moschee più problematiche, fra gruppi radicalizzati e nell’universo del web. Vi è poi una capacità di ascolto e di dialogo con le comunità islamiche, che favorisce il cosiddetto early warning, ossia l’allerta precoce nei confronti di individui potenzialmente pericolosi. L’esperienza maturata nella lunga stagione degli "anni di piombo" con la lotta infine vincente ai terroristi rossi e neri, si rivela utile; ma sempre più utile sarà anche la nostra abitudine a contrastare una criminalità organizzata – soprattutto come nel caso della ’ndrangheta – che si basa su reti di matrice familiare, come molte delle nuove cellule jihadiste fai-da-te che si sviluppano in Europa.

Proprio questi gruppi "familiari" – il cui ruolo è stato decisivo per diversi recenti attacchi – mostra anche l’equivoco in cui si cade spesso nel parlare di "lupi solitari": una formula anche abusata, dietro la quale vi è quel fenomeno di terrorismo ibrido, che usa strumenti low-tech e che vede processi di radicalizzazione molto veloci e spesso atipici, ma generalmente ancorati al gruppo familiare e con qualche forma – per quanto blanda di contatti con altre cellule o con vertici terroristici.

Certo, in Italia non abbiamo aree di coltivazione del virus terrorista come la banlieue francese, né cospicue comunità di musulmani radicate da decenni come nel resto d’Europa. Questo ci permette di usare con straordinaria efficacia lo strumento delle espulsioni nei confronti di chiunque mostri simpatia per i gruppi radicali. A centinaia, sinora, sono stati allontanati immediatamente dal nostro Paese: una misura che permette di sterilizzare l’azione di radicalizzazione da parte di predicatori o simpatizzanti del jihadismo terrorista e che altri Stati europei non riescono a far funzionare con la stessa efficacia.

Evidentemente però, la parte di monitoraggio e repressione, per quanto fondamentale, non basta, come dimostra la nuova recentissima legge per contrastare la radicalizzazione che l’Italia si è data. Finalmente, cerchiamo di affiancare anche strumenti pro-attivi, con programmi di contrasto alle propagande e di de-radicalizzazione dei soggetti a rischio. Per attuarli, la collaborazione e la sinergia con le comunità islamiche presenti sul territorio e con tutta la società civile è fondamentale.

Anche per questo motivo, la legge sullo ius culturae, già approvata alla Camera e ora all’esame del Senato, quella che viene sommariamente e anche impropriamente definita ius soli, sarebbe un pilastro da costruire al più presto. È solo una vuota retorica populista che non permette di capire come sia decisivo per noi, legare le nuove generazioni di musulmani nati e istruiti in Italia, al nostro sistema democratico e istituzionale, con la concessione di una cittadinanza che va affiancata a programmi per una lungimirante integrazione.

Tutto ciò non può darci la certezza di evitare che il terrore jihadista colpisca infine anche la nostra Penisola. Ma renderebbe più solido quel muro protettivo perché non respingente a prescindere che le nostre forze di sicurezza hanno costruito, nel clima di umana e cristiana accoglienza che sinora ha prevalentemente contraddistinto l’Italia. E a cui in molti, in Europa e non solo, guardano con crescente rispetto. Nulla accade o non accade per caso.

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