Ma oggi riconosciamo eroi quelli che salvano
venerdì 10 aprile 2020

Il concetto di “eroe” non è più quello che ci hanno insegnato a scuola e che trovavamo nei libri di storia. Adesso, nei tg e sui giornali, vediamo definiti eroi operatori nel campo della medicina, degli ospedali, delle scuole, delle missioni, che svolgono la loro opera perché non possono farne a meno, è un’attività a cui si sentono legati perché salva. Essere eroe ha a che fare col salvare, col voler salvare a tutti i costi, anche di ammalarsi, anche di morire.

Pesco dal giornale questa frase del presidente Mattarella: «Il nostro pensiero grato e riconoscente va alle infermiere e agli infermieri in prima linea, e con loro a tutti i medici degli ospedali e dei servizi territoriali, agli assistenti, ai ricercatori, a quanti operano nei servizi ausiliari: li abbiamo visti lavorare fino allo stremo delle forze per salvare vite umane e molti di loro hanno pagato con la vita il servizio prestato ai malati». Sono medici-eroi, infermieri-eroi. Una volta il termine eroe non si usava in questa accezione, lo si usava in campo militare e indicava colui che compiva operazioni rischiose contro un nemico, lo sfidava, lo colpiva, se poteva lo colpiva a morte, e ritornava vivo tra noi. Ma non era necessario che tornasse: per essere eroe bastava compiere un’azione coraggiosa, mostrare sprezzo del pericolo, eseguire un ordine anche se poteva costare la vita.

Al liceo abbiamo studiato su testi di storia in cui gli eroi avevano una foto, e avevano compiuto un atto grandioso, un atto che paralizza le forze (ma non a loro), un atto che taglia le gambe (ma non a loro). C’erano eroi che avevano tagliato il filo spinato ed erano avanzati nelle trincee nemiche, eroi che erano avanzati fino addosso alle mitragliatrici nemiche. Tempi passati. Dall’altro ieri la foto del nostro eroe è quella dell’infermiera seduta, con la testa crollata sul tavolo per la stanchezza. Ha fatto turni di lavoro doppi, tripli. Eroe una volta era colui che obbediva a un ordine e moriva, con ciò rafforzando l’autorità a cui obbediva, il comandante, la patria, il re. Obbediva a loro contro i loro nemici. L’eroismo aveva questa finalità: consolidare l’ordine. Adesso eroe è colui che fa quel che fa per sé stesso, la propria coscienza, l’umanità, il bene collettivo, per tutti.

È un concetto che ripeto da tempo. Una volta occorreva l’occasione speciale per dimostrarsi un eroe. Adesso basta la vita quotidiana. Una volta l’eroismo lo dovevi cercare e raggiungere. Adesso è intorno a te, in casa, sul luogo di lavoro, scuola, ospedale, ufficio, strada, fiume, campo. Una volta essere eroe era legato a combattere. Adesso è legato a lavorare. Mi ha sempre stupito l’usanza di scegliere i cavalieri del lavoro tra potenti capitani d’azienda, spesso fondatori e direttori di megaimprese..: nell’umile scuola dove ho passato la vita ho conosciuto professori che giunti alla pensione si vantavano di non aver mai fatto neanche un giorno di assenza, si son sempre presentati alla cattedra anche con due-tre linee di febbre, per non smettere di insegnare ai loro ragazzi. Il loro dovere era insegnare, e loro facevano il loro dovere, febbre o non febbre. Non sono eroi? Perfetti cavalieri del lavoro? I medici e gli infermieri “eroi” di oggi vanno al lavoro ogni mattina anche se rischiano la vita, e infatti tra loro i morti sul lavoro, mentre scrivo, sono quasi cento. Tra i preti, che curano le anime e soccorrono i poveri, sono almeno altrettanti, e saranno ricordati tutti, appena possibile, nella diocesi di appartenenza, ognuno con un suo requiem.

Salvare è una droga. E ormai sono dipendenti dalla passione di salvare. Sono i migliori fra noi.

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