giovedì 4 luglio 2019
Diversi Stati a maggioranza repubblicana hanno approvato restrizioni, e altrettanti democratici hanno «aperto» ancora di più Ora la battaglia si sposta nei tribunali
L'annuale Marcia per la vita a Washington (LaPresse)

L'annuale Marcia per la vita a Washington (LaPresse)

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L’aborto da generazioni provoca divisioni accese negli Stati Uniti. Nell’ultimo mezzo secolo, in particolare, è diventato il tema che più separa i due partiti principali e ha motivato milioni di elettori al voto, animando anche un forte attivismo da entrambe le parti. Dalla fine degli anni di Ronald Reagan, infatti, le cliniche abortiste sono l’obiettivo di frequenti proteste da parte degli oppositori dell’aborto, alcune delle quali sono degenerate in violenza. E nonostante nel 1973 la Corte Suprema abbia legalizzato a livello federale l’interruzione di gravidanza, la natura stessa della legalizzazione – una sentenza che può sempre essere ribaltata –, e la libertà che attribuisce agli Stati di limitare gli aborti dopo il primo trimestre, hanno lasciato aperta la speranza dei gruppi di difesa della vita di poter modificare lo status quo. Allo stesso tempo il dibattito sul diritto di una donna di decidere in piena autonomia, in qualunque momento e per qualunque ragione se mettere al mondo o meno un figlio, è diventato un pilastro dell’ideologia del partito democratico, dei movimenti progressisti e della galassia femminista.

Il tema è quindi forse il più emotivo della politica americana, e si presta anche a facile manipolazioni per scopi elettorali. Anche ora, a un anno e mezzo dalle prossime presidenziali, l’aborto è già al centro della campagna elettorale, confermando una demarcazione chiara fra i due principali schieramenti politici. I repubblicani, con Donald Trump e la maggioranza al Senato, sono in prevalenza a favore di un divieto o di forti limiti all’interruzione di gravidanza. I democratici, che controllano la Camera, sono largamente schierati con i gruppi abortisti. Ma il tono del confronto quest’anno è ancora più acceso, a causa di alcune novità.

Da quando, lo scorso autunno, il presidente Usa ha scelto Brett Kavanaugh per sostituire il giudice Anthony Kennedy alla Corte Suprema, un anno dopo aver nominato e insediato Neil Gorsuch, al massimo tribunale costituzionale americano si sono trovati cinque magistrati su nove che, stando alla loro storia personale e attività giurisprudenziale, sembrano disposti a mettere nuovi paletti all’aborto, o persino a ribaltare Roe contro Wade, la sentenza che da 46 anni rende possibile mettere fine a una gravidanza. Da allora è cominciata una vera e propria corsa legislativa. Gli Stati a maggioranza repubblicana si sono affrettati ad approvare più restrizioni possibili e quelli democratici più protezioni possibili all’aborto. Dal novembre sono passate a livello statale circa 30 leggi sull’aborto. Le leggi stesse, inoltre, sono più radicali, da un lato sfidando frontalmente la costituzionalità della storica sentenza di Roe contro Wade e dall’altra permettendo l’aborto fino alle ultime settimane prima del parto.

Per anni, misure di questo genere, anche se proposte da legislatori locali, venivano bocciate dai Parlamenti statali o dai giudici di primo grado. Ma con il passare del tempo si è creata una demarcazione geografica oltre che politica: i tribunali del Centro e del Sud degli Usa hanno cominciato ad accettare le condizioni poste localmente alla procedura e ai medici che la eseguono, tanto che oggi sei Stati hanno ciascuno una sola clinica abortiva: Kentucky, Mississippi, Missouri, North Dakota, South Dakota e West Virginia. Allo stesso tempo, gli Stati del Nordest e Nordovest diventavano più permissivi.

Ma subito dopo l’insediamento di Kavanaugh, per la prima volta hanno cominciato ad essere approvate leggi che vietano di mettere fine a una gravidanza attorno alla sesta settimana (la quarta dal concepimento) e che si pongono in netta contraddizione con il precedente stabilito della Corte Suprema. La Louisiana è da poco diventata il nono Stato americano ad aver approvato quest’anno una misura simile, dopo Ohio, Georgia, Kentucky, Mississippi, Utah, l’Arkansas e il Missouri, dove potrebbe presto chiudere l’unica clinica abortiva. L’Alabama è andato oltre, vietando l’aborto anche nei casi di stupro o incesto. Altri testi analoghi sono in discussione nei Parlamenti di 11 Stati. Molte delle leggi approvate per limitare l’aborto non entreranno in vigore, almeno non ora. I difensori dei diritti di aborto li hanno infatti citati in tribunale, avviando un processo che è destinato ad approdare alla Corte Suprema, come molti attivisti anti-aborto desiderano avvenga, per poter rimettere in discussione le condizioni e la legalità dell’aborto a livello federale.

Ma la Corte Suprema ha già mostrato di essere restia a pronunciarsi sulla questione, almeno per il momento. Di recente il massimo organismo giuridico americano non ha accolto il ricorso contro una legge dell’Indiana che vietava alle donne di abortire a causa di malformazioni del feto, o in base alla sua razza o sesso. I nove giudici hanno invece preso tempo, dichiarando di aspettare il pronunciamento di una corte di grado inferiore per poi valutare come deliberare. La decisione sembra confermare l’opinione di molti esperti legali che credono che il presidente della Corte, John Roberts, e i due giudici nominati da Trump, Gorsuch e Kavanaugh, non siano disposti a entrare nel dibattito sull’aborto in un anno elettorale, per evitare facili strumentalizzazioni politiche. La Corte ha però confermato un’altra legge dell’Indiana che impone alle cliniche che effettuano le interruzioni di gravidanza di dare sepoltura o cremare i feti.

Un atteggiamento che ha spinto alcuni difensori del diritto alla vita a chiedersi se gli Stati non abbiano adottato una strategia che rischia di rivelarsi controproducente. Mentre infatti non c’è alcuna garanzia che la Corte Suprema sia disposta a rivedere un precedente che regge da 46 anni, allo stesso tempo le leggi statali hanno provocato forti reazioni in parte del pubblico americano, degli Stati a maggioranza democratica e persino di alcune istituzioni internazionali.

Nelle scorse settimane la vice commissaria Onu per i diritti umani, Kate Gilmore, ha definito le leggi anti-aborto approvate in diversi Stati americani «un atto di violenza contro le donne», una forma di «tortura e negazione del diritto alla salute». Intanto la maggior parte degli americani si dice perplessa dall’intensificarsi degli sforzi per limitare gli aborti, secondo un nuovo sondaggio del quotidiano Usa Today e dell’agenzia Ipsos. Circa il 55% degli intervistati si oppone infatti a proibire l’aborto attorno alle sesta settimana di gravidanza. Al contempo altri Stati hanno approvato o stanno considerando legislazioni che rafforzano i diritti di aborto. A New York si può ora abortire in qualsiasi momento della gravidanza e leggi simili sono in dirittura d’arrivo in Vermont e Rhode Island. Alcuni Stati, tra cui il New Mexico, stanno abrogando tutte le restrizioni in vigore all’interruzione di gravidanza. Nelle scorse settimane, in Nevada il governatore democratico Steve Sisolak ha firmato un disegno di legge che rimuove le sanzioni penali per l’aborto.

In vista delle elezioni del prossimo anno, dunque, gli Stati Uniti si dividono sempre di più sull’aborto, sia lungo linee politiche che geografiche. Ma un dibattito acceso è in corso anche all’interno dello stesso movimento per la vita, che si interroga su come fare leva sull’allineamento d’intenti con la Casa Bianca e con il partito repubblicano senza farsi strumentalizzare da uno o dall’altro per scopi elettorali. E senza tacere di fronte ad alcune scelte politiche del presidente e del suo partito, soprattutto nei confronti dei più poveri e degli immigrati, che creano un profondo disagio presso molti attivisti pro-life.

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