domenica 13 settembre 2009
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Che si debba ricordare come «dall’embrione umano nasce un uomo, non un maialino» – l’ha fatto ieri il presidente dell’Accademia pontificia per la vita, monsignor Rino Fisichella – è il segno più eloquente del tempo che attraversiamo. Tempo nel quale nulla, purtroppo, va dato per già condiviso, specie quando di mezzo c’è una realtà che invece andrebbe per sua natura sottratta a soggettivismi e interpretazioni, ovvero la vita umana. Non c’è dato più solare della consequenzialità senza cesure tra un embrione e l’essere umano frutto del suo sviluppo. Ma contro questa evidenza abbiamo visto schierarsi forze politiche e culturali che intendono trasformare l’embrione in un’entità biologica subalterna, vita umana di seconda scelta, aggregato di materia che si può selezionare, congelare, scartare. Un "non uomo", concetto di nuovo conio che fa compagnia a quello di "non vita" grottescamente teorizzato al capezzale di persone prive di piena coscienza, ma non della dignità umana comune a tutti. La riduzione della vita alla sua fisiologia è il lasciapassare per rendere presentabili campagne congegnate allo scopo di legittimare ciò che la ragione, non ingannata da sofisticate manomissioni di ciò che le è sempre risultato innegabile, continuerebbe a riconoscere e chiamare con il suo nome. Se la lasciamo fare, essa ci dice che la vita umana è vita, da subito e sino all’ultimo. Ma se si autorizza la sola lettura utilitarista allora tutto si fa lecito. Il collasso della ragione di fronte a ciò che non ha mai esitato a riconoscere come intangibile è il frutto di un complesso fenomeno culturale che il cardinale Carlo Caffarra ha ieri definito «sequestro della ragionevolezza etica da parte della ragionevolezza tecnica»: un tragico abbaglio che porta sempre più fuori strada l’umanità indotta a tanta mistificazione. Non è in gioco il rapporto tra laici e cattolici, ma molto di più: a una ragione umiliata dall’individualismo e costretta a esplorare solo ciò che è utile rinunciando a ogni pretesa etica – è sempre l’analisi dell’arcivescovo di Bologna – «non resta che studiare il modo con cui realizzare i desideri, e rispondere ai bisogni». È il «paradigma utilitarista come interpretazione esclusiva dell’agire umano», che impone una raggelante neutralità etica: tutto è uguale e indifferente, non esiste alcun bene umano meritevole di scelta salvo la volontà di ciascuno, e la ragione non s’azzardi a fare luce su altro al di fuori delle vie più spicce per assecondarla. Anche se in gioco c’è la vita stessa. Al cospetto di questo decisivo valico culturale che stiamo attraversando, richiamare sul fine vita le parole del Catechismo, come ha fatto sempre ieri il presidente della Camera Gianfranco Fini, è una buona idea. Purché la citazione sia presa nel suo senso letterale e non venga isolata dai paragrafi precedenti e successivi, così come dalle spiegazioni che ne danno il costante magistero di Benedetto XVI e la Congregazione per la dottrina della fede. Insomma, il Catechismo non è un prontuario di massime citabili fuori contesto: e quando parla di «interruzione di procedure mediche onerose» che «può essere legittima» intende «la rinuncia all’"accanimento terapeutico"», punto sul quale – per stare alle cose italiane – il disegno di legge uscito dal Senato detta già regole nitide. È quando (articolo 1, sesto comma) «garantisce che in casi di pazienti in stato di fine vita o in condizioni di morte prevista come imminente il medico debba astenersi da trattamenti straordinari non proporzionati, non efficaci o non tecnicamente adeguati rispetto alle condizioni cliniche del paziente». Se «si accetta» – come scrive il Catechismo – di non poter impedire la morte è perché essa è a un passo, ma non va causata tagliando il nutrimento. La morte, dice la Chiesa, mai si deve «procurare». Su questo la ragione non si sbaglia, se non la si vuole ingannare.
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