sabato 5 dicembre 2009
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La divulgazione ha bisogno di immagini e di esempi. Il rischio che si corre è quello di forzare i concetti, di portarli non esattamente al centro di un ragionamento scientifico ma, a volte, border line: mai al di fuori, ma vicino al confine dei fatti provati. Per la questione ambientale, è stato fatto più volte, bisogna ammetterlo. Il punto nodale è: non si tratta di una questione puramente scientifica e accademica, quanto invece di un problema che coinvolge tutta la Terra e i suoi abitanti; dunque la questione è politica, perché si tratta di decidere per il bene comune, o quantomeno per il minore dei mali possibili. E non vi è da convincere la comunità scientifica (nella grande maggioranza già convinta dell’effetto serra), ma la gente comune e dunque anche la classe politica e l’industria. Facciamo allora, anche qui e ancora una volta, degli esempi per capirci meglio.Affrontare i problemi climatici riconoscendo la responsabilità umana è come intendere di riparare il tetto di casa. Perché la questione è ecologica. I fatti dimostrano che l’incuria nella sistemazione del territorio, dei corsi fluviali, dei boschi, dei pendii, dei litorali si paga a caro prezzo ogniqualvolta che, per accertate cause naturali, si verificano eventi atmosferici o moti ondosi di grande intensità. L’interruttore, che non dipende da noi, mette in moto una serie di forze che devastano i nostri beni, per nostra imprevidenza. È come smettere di fumare: la questione è vitale, perché il bene più prezioso, ancor più delle cose e delle opere, è quello della vita e della salute. Continuare a spendere energia nelle forme e nelle quantità attuali (o addirittura crescenti per i Paesi in via di sviluppo) equivale a sostenere che il fumo non fa male, o che non è detto che nuoccia. Meglio fidarsi, invece, delle prevalenti ricerche mediche e dei conseguenti comportamenti preventivi. Le politiche energetiche del passato-presente, che sono all’origine del riscaldamento globale, sono strettamente connesse alla emissione di sostanze inquinanti. Evitare i danni della polluzione atmosferica ci aiuta a contenere anche l’effetto serra. E viceversa. Un po’ come mettere i soldi da parte, o investirli in beni produttivi per le generazioni future, e probabilmente anche per noi stessi. È intervenuto giorni fa il premio Nobel Carlo Rubbia a spiegarci che il nucleare non può esimerci dai rischi connessi e non può costituire un buon investimento in tempi brevi per la produzione di energia. Il celebre fisico ha invece sottolineato, ancora una volta, la bontà della scelta solare. Si può aggiungere che anche l’energia eolica è conseguente a quella solare, essendo il vento il frutto della differenza di pressione (e quindi della radiazione solare) da punto a punto della Terra. L’economia si trova tuttora in uno stato di crisi grazie a perduranti speculazioni finanziarie, al ricorso a disinvolte manovre vuote come scatole, senza garanzie di materie prime, senza buone spalle e capacità imprenditoriali. L’economia del petrolio e del carbone, al di là di questi mali sciagurati, ha finito comunque per portarci più effetti collaterali che benefici. È vero che, al momento, niente dà più energia di un litro di benzina. Ma le fonti rinnovabili sono praticamente inesauribili, sono destinate, se sostenute da investimenti iniziali, a costare sempre meno e sono suscettibili, agli occhi di persone capaci e lungimiranti, di dare ossigeno all’occupazione e all’economia del mondo. Perché la questione, oltre che economica, oggi è davvero globale.
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