venerdì 17 giugno 2016
Nella foto che campeggia a tutta pagina la mamma non c’è. Il neonato è con due uomini, uno lo tiene in braccio e quello accanto guarda il piccolo da vicino, sorridendo. Conosciamo la loro storia e vediamo che non è il padre biologico ad abbracciare il bimbo, e non è un caso: quell’immagine vuole essere un’icona della "nuova famiglia" per eccellenza, quella frutto dell’utero in affitto, dove ciò che conta è chi ha voluto quel neonato e per questo ha commissionato la gravidanza, e non chi ha fisicamente generato e partorito. Programmaticamente, la "nuova famiglia" è senza la madre. Nella lunghissima intervista, rilasciata alla Repubblica in edicola ieri (e, per ironia della sorte, posizionata in prima pagina sopra un altro titolo che suona così: «Noi, a lezione per stare dalla parte delle donne»), non è il padre del bambino a parlare, Ed Testa, ma il suo famoso compagno, il politico della sinistra-sinistra Nichi Vendola, che più volte dice che non vogliono essere «testimonial di una battaglia di civiltà», e intendono tenere il bambino lontano da polemiche e ostilità. E questa è la cosa che è naturale e facile condividere dell’intera intervista: come tutti i bambini, il piccolo Tobia non ha scelto di venire al mondo né tantomeno come, e ha tutto il diritto di crescere al meglio, e in pace, e gli auguriamo ogni bene. Ma sul resto, pur con tutta l’umana comprensione per il desiderio di paternità di ogni uomo, qualcosa da dire c’è. Vendola racconta una storia piena d’amore in una «casetta piccolina in Canadà», e non è una storia falsa. Ma è una storia a metà. E la metà che manca è purtroppo quella che noi e i nostri lettori conosciamo bene perché la registriamo e la indaghiamo da anni, che tanti dissimulano e che troppi ancora fingono di non vedere: esistono Paesi nel mondo dove è legale pagare una donna perché ceda i propri gameti – in questo caso «una bella ragazza di 26 anni, mamma di una bambina bionda», ovviamente, tanto per dirne le caratteristiche – e un’altra donna ancora perché porti avanti la gravidanza, partorisca e ceda il neonato. Di questa seconda donna ci viene detto, invece, soltanto che ha «il bel faccione allegro» (i suoi tratti somatici non contano, perché non è lei a trasmetterli), e che ha anche «mandato» il suo latte al neonato, cioè non lo ha allattato al seno, ma gli ha spedito il suo latte, come una merce. Apprendiamo, poi, che Vendola e il suo compagno per accedere alla pratica dell’utero in affitto si sono rivolti a un’agenzia di Sacramento che «è molto seria e le leggi californiane non consentono quel mercato che ci fa orrore». Ma i due confermano di avere pagato: le spese sono tante, compresa «una piccola cifra per la famiglia» della madre surrogata, che è sposata e di figli ne ha già tre e ha un marito che ha anche dovuto assentarsi dal lavoro. Veniamo infine a sapere che è stata scelta la California proprio perché lì nell’atto di nascita all’anagrafe «la legge consente di scrivere quello che vuoi»: ben strano criterio per un’anagrafe, che dovrebbe piuttosto servire al contrario, cioè a scrivere nonquel che uno vuole, ma i fatti reali.  Al grande affresco d’amore che ci è stato descritto mancano insomma dettagli essenziali. Perché sarebbe importante leggere i contratti stipulati da Ed Testa e Nichi Vendola per 'avere' il bambino: le condizioni pattuite con le due donne, le cifre esatte per le relative voci di spesa e le penalità previste in caso di inadempienza delle parti. Sarebbe importante conoscere meglio questa agenzia così «seria», visitarne il sito, vedere come vengono reclutate le «donatrici» e le «portatrici» e, diciamo così, come sono «proposte» ai committenti per essere scelte (per esempio se ci sono cataloghi, come avviene di solito). Per ora Vendola è tutore di Tobia, ma desidera adottarlo, e per farlo dovrà rivolgersi a un tribunale, con discrete possibilità, peraltro: ci sono giudici che si mostrano molto ben disposti a introdurre per sentenza quel che è vietato in Italia: la generazione della vita attraverso il commercio di gameti umani e l’affitto del corpo di una donna. E questo anche se la legge sulle unioni civili appena entrata in vigore non prevede esplicitamente la stepchild adoption, che doveva servire per riconoscere la genitorialità di chi ha fatto ricorso all’utero in affitto, cioè sanare situazioni come quella di cui stiamo parlando. E diciamo 'sanare' perché nonostante Vendola dichiari «noi rispettiamo le leggi di ciascun Paese», lui e il suo compagno se ne sono andati in California poiché la legge italiana, che vieta l’utero in affitto, non l’hanno rispettata volutamente. In Italia, ancora adesso, non è possibile dire che per un bambino la mamma non c’è.
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