La gara al più egoista non guarda al futuro
domenica 1 luglio 2018

Sono tanti i rimandi e non poche le retromarce cui stiamo assistendo rispetto a punti chiave del programma del nuovo governo, ma appare chiaro che si intende procedere senza tentennamenti nella direzione di una drastica revisione del principio della accoglienza umanitaria di profughi e migranti. Una linea che coincide e cozza con quella che sta prevalendo in tutta la Ue, come ha appena confermato il vertice dei capi di Stato e di Governo dei Ventotto.

Eppure il principio sui cui si è basata per molto tempo la cultura politica e sociale occidentale ed europea: dal melting pot degli Stati Uniti d’America alla accoglienza dei cittadini delle ex colonie in Francia e Gran Bretagna e a quella in favore degli ebrei perseguitati dal nazismo, dal rifugio garantito ai profughi di guerra dopo il secondo conflitto mondiale a quello per quanti dai Paesi dell’Europa orientale inglobati nel blocco sovietico scappavano verso la Germania e verso gli altri Stati dell’Europa occidentale, solo per citare i fenomeni più eclatanti. Bisognerebbe quindi innanzitutto non dimenticare ciò che è avvenuto negli ultimi 200 anni rispetto agli spostamenti di popoli, quando si esprimono giudizi sul ruolo dell’Europa, dell’America, della Gran Bretagna o della Francia e della Germania, guardando anche ai dati del passato più o meno recente, e non solo a quelli degli ultimi anni.

Un passato nel quale l’Italia è stata per lo più ai margini della questione, se non per i flussi di migranti economici che lasciavano il nostro Paese verso America e Nord Europa. Che ora tocchi a noi per una parte di coloro che scappano dall’Africa e dal Vicino Oriente non dovrebbe dunque sorprenderci, vista la nostra posizione geografica e visto anche che si tratta pur sempre di quantità di profughi inferiori a quelle di molti paesi di quelle stesse aree. Non si può negare che la situazione attuale sia particolarmente drammatica, per le condizioni subumane nelle quali i viaggi avvengono, per la quantità di minori non accompagnati, per il numero enorme di morti in mare, e per le difficoltà cui i Paesi dell’Europa meridionale vanno incontro di fronte a un fenomeno che non è destinato a esaurirsi rapidamente.

Siamo il Paese che più prontamente ha reagito alle ondate degli ultimi anni, mettendo in campo risorse e forze sociali importanti, ma facciamo fatica a reggere, soprattutto per quanto riguarda la cosiddetta 'seconda accoglienza', quella cioè che dovrebbe seguire alla fase di soccorso, prima assistenza, identificazione e riconoscimento. Ed è da queste difficoltà che vengono alimentati in buona parte i sentimenti di paura dello straniero e di chiusura, che si mescolano e aggiungono al rancore per gli effetti della crisi sulla situazione economica delle famiglie italiane e per la mancanza di lavoro.

Quello che è certo, però, è che la 'gara a chi è più egoista' non è mai stata né potrà essere oggi la soluzione del problema, e che essa contribuisce piuttosto a esacerbare gli animi ed a rendere tutto più difficile. Come spiega molto bene Zygmunt Bauman nel suo libro postumo Retrotopia, ampiamente recensito da questo giornale alla sua uscita, abbiamo dimenticato da dove veniamo nel passato più recente, per tornare «a essere un teatro di guerra: di una guerra combattuta da tutti contro tutti», come nel Leviatano di Hobbes del 1651. Abbiamo dimenticato ciò che siamo stati in termini di regolazione ordinata dei rapporti interni ed esterni, e torniamo a ricercare la sicurezza nel tribalismo, nella comunità che offre rifugio e protezione, e – sempre usando i termini di Bauman – nel «terrore del futuro, incorporato nell’imprevedibile, esasperante e incerto presente».

Questo messaggio, assieme a quelli di tanti altri pensatori e commentatori equilibrati di questo periodo, è chiaro: occorre sollevare gli occhi da presente, per guardare al passato (tutto) ed al futuro da affrontare in un’ottica positiva, non trascurando le difficoltà ma opponendosi agli egoismi intorno a noi, e soprattutto non chiudendo la strada del dialogo «verso una umanità cosmopoliticamente integrata. Non è un caso che il testo di Bauman si concluda citando papa Francesco, definito «l’unica personalità pubblica dotata di autorità significativa su scala planetaria che abbia abbastanza coraggio e determinazione da sollevare e affrontare a viso aperto simili questioni». E ancora: «Noi – abitanti umani della Terra – siamo come mai prima d’ora, in una situazione di aut aut: possiamo scegliere se prenderci per mano o finire in una fossa comune». Non ci dovrebbe esser dubbio sulla scelta giusta da fare.

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