Lettera. Io, credente gay, cerco Dio e chiedo ascolto non finzioni


Aurelio Mancuso sabato 2 settembre 2017
«L’essere omosessuali non significa aderire a un programma politico e valoriale indiscutibile. La pluralità e i conflitti dentro le comunità Lgbt sono ben più presenti di quanto appaia sui media»
Io, credente gay, cerco Dio e chiedo ascolto non finzioni

Gentile direttore,

l’articolo di domenica 20 agosto di Luciano Moia «Scout gay, un caso da affrontare», mi sollecita una riflessione che vorrei condividere su Avvenire, consapevole che il tema è complesso, troppe volte trattato come elemento di tifoseria, e che invece interroga anche le persone omosessuali.

Come gay credente osservo che l’articolo affronta l’essenza del dibattito in corso dentro e fuori la Chiesa: quale percorso avviare rispetto alle persone omosessuali, alla loro aspirazione (relativamente nuova e che segna un mutamento evidente del vissuto gay) all’unione sentimentale, alle domande che emergono rispetto alla Dottrina e alla vita quotidiana cristiana. In coerenza con le riflessioni che ho sempre espresso pubblicamente ribadisco la convinzione che discutere di matrimonio gay, unioni civili, famiglie, amori, senza partire dal riconoscimento reciproco delle differenze non aiuterà né i non credenti, né i cattolici a fare un passo in avanti verso la reale comprensione.

Con il mio compagno il 17 dicembre 2016 ci siamo recati in una chiesa di Roma e un nostro amico sacerdote ci ha benedetto. Un momento privato, lontano da festeggiamenti e mondanità, condiviso con pochissimi amici e parenti, in preghiera comunitaria. La nostra unione civile la terremo invece nel 2019. Due momenti distinti, così come dovrebbero essere il matrimonio cristiano e il contratto civile tra le coppie eterosessuali. Io e Massimiliano non rivendichiamo nessun matrimonio, non per un ossequio alle disposizioni canoniche, ma perché da cattolici, che provengono da percorsi di fede differenti, pensiamo che il creato è molteplicità e che la storia della Chiesa sia un cammino lungo, che con fatica, perlomeno dal Concilio Vaticano II (a ben vedere anche in periodi storici ben più lontani) ha predisposto la cristianità universale a un discernimento in cui ci riconosciamo.

La parola matrimonio è, per evoluzione storica, legata all’unione tra un uomo e una donna; per quanto ci riguarda ciò non ci disturba, anzi ci incita a costruire la nostra vita comune d’amore, rispettando la nostra peculiarità, che non può essere minorità rispetto ai diritti che lo Stato deve riconoscere. La prudenza, se non è omissione, feconda la conoscenza, l’accoglienza e la ricerca di spazi e luoghi di preghiera e conversione reciproca. In questo senso, la nostra esperienza ci fa dire che il complesso della riflessione, sia in sede teologica e sia nella pastorale, non può avere come punto di riferimento 'gli atti omosessuali', ma la testimonianza di vita delle persone e delle coppie omosessuali, perlomeno quelle cattoliche. Inoltre, non vanno confusi movimenti e campagne per il riconoscimento dei diritti umani e civili, con i comportamenti e le scelte delle persone.

Come coppia ci riconosciamo nell’impegno profuso nei recenti decenni da parte di migliaia di persone omosessuali per far uscire dalla clandestinità sociale e politica milioni di cittadini. Questa indubbia 'liberazione', va indagata dentro la Chiesa, andando oltre l’inevitabile conflitto che ha segnato rispetto al messaggio dottrinale. Oggi, tanti e tante omosessuali credenti prendono coraggio, perché avvertono che essere autentici, può ingenerare stupore e anche avversione, ma è l’unica possibilità per essere coerentemente cattolici. L’essere omosessuali non significa aderire a un programma politico e valoriale indiscutibile. La pluralità e anche i conflitti dentro le comunità Lgbt sono ben più presenti di quanto appaia sui media.

In particolare sulla genitorialità si è sviluppato negli ultimi anni un confronto durissimo, tra chi evoca il 'diritto a essere genitori' a prescindere dalle condizioni e gli strumenti da utilizzare e chi, come la nostra coppia, pensa che il diritto preminente sia del bambino ad avere figure genitoriali dedicate, e che non si possa in alcun modo 'donare' i bambini, né peggio acquistarli. Vi sono molti modi di essere genitori e, se ci si concentra sul dramma di quanti milioni di bambini sono ancora oggi abbandonati e/o orfani, forse un terreno comune per l’assunzione di responsabilità da parte degli adulti, a prescindere dal loro orientamento sessuale, lo si può trovare. Su questo ed altri temi ci sarebbe molto altro da dire, ma voglio concludere spiegando che non ci attendiamo gesti clamorosi, cambiamenti rivoluzionari, ma capacità di ascolto.

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