giovedì 22 marzo 2012
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​In gioco c’è il pluralismo dell’informazione. E per capirlo non occorre scomodare l’articolo 21 della Costituzione che tratta della libertà di stampa. Parlare di contributi pubblici all’editoria significa avere a che fare, nel nostro Paese, con un argomento assai delicato, che tocca gli equilibri stessi della democrazia. Sparito da tempo il "diritto soggettivo" a questi contributi in capo agli editori, si è entrati in una fase di totale incertezza. Secondo notizie diffuse nei giorni scorsi, i fondi relativi all’anno 2011 sarebbero stati riportati all’80 per cento del loro ammontare, mentre si temeva una riduzione fino al 30 per cento. Una boccata d’ossigeno per le aziende editrici, che già avevano messo per intero a bilancio i crediti vantati verso lo Stato, considerati da sempre i più sicuri ed esigibili. Certezza ormai venuta meno in questo particolare frangente storico. Per uscire dalla retorica del "dagli all’untore", che paragona ogni contributo statale a uno sperpero di denaro pubblico, occorre riandare alle origini di questi interventi. Il legislatore ha inteso favorire la pluralità dell’offerta degli strumenti della comunicazione sociale. A prima vista ciò non sembrerebbe necessario, ma la storia dimostra che non è sufficiente affidarsi al solo meccanismo della domanda e dell’offerta per regolare le presenze dei giornali in edicola. Occorrono dei correttivi al mercato – ha affermato negli anni il legislatore – per controbilanciare le risorse pubblicitarie per lo più drenate dai grandi network nazionali a scapito di quelli più piccoli e territoriali. Ma non solo. Per dare voce alle comunità locali, al mondo del non profit, cooperativo e di idee in particolare, da anni è previsto un sostegno che di certo va rivisto, ma che non va indicato come un beneficio elargito ad alcuni privilegiati. L’opinione pubblica non sopporta più che ci siano dei favoritismi e non tollera caste di nessun genere, neppure quelle dei giornali. Ma la stessa opinione pubblica forse non si rende conto che, per ogni redazione che abbassa la saracinesca, il cittadino perde in libertà. Uno Stato moderno ha bisogno di un’informazione plurale, non omologata, non in fotocopia. Girando da nord a sud l’Italia, si avverte la necessità di voci in grado di interpretare le istanze che emergono dalla base sana della nazione, provincia e periferie comprese. A questa parte di Paese spesso danno spazio e voce proprio molti di quei fogli, locali e no, che vivono, lavorano e progrediscono grazie anche, ma non solo, ai contributi all’editoria. Tutto un mondo che rischia di vedersi spazzato via, se il regolamento su cui si lavora in queste settimane non terrà conto della loro presenza, soprattutto sul territorio. In una fase di acuta crisi economica come quella attuale, nessuno può pensare che tutto possa rimanere inalterato. I sacrifici sono richiesti in ogni direzione, editoria compresa. Diventa necessario criteri rigorosi per accedere alla contribuzione pubblica, in modo da garantire una maggiore equità nella distribuzione di risorse sempre più limitate. Si punti sul lavoro e sulle vendite effettive, nessuna esclusa, comprese quelle che si realizzano grazie alla capillare rete delle parrocchie. Si ponga un freno alle scorribande dei furbi e si favorisca chi, su ogni versante, contribuisce al dibattito culturale. In caso contrario pochi eletti, i soliti noti, si avvantaggerebbero delle disgrazie altrui per diventare ancora più forti.
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