martedì 21 luglio 2015
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La dimostrazione di quanto si sia deteriorato lo scenario di sicurezza in Libia non è data solo dal rapimento di quattro tecnici italiani che lavorano nell’area di Mellitah – uno dei centri più importanti per l’esportazione degli idrocarburi libici –, ma dalla constatazione che alla domanda 'chi è stato?', la prima risposta plausibile sia: 'possono essere stati tutti'. E in effetti, nella ridda di ipotesi e contro-ipotesi delle prime ore sono stati menzionati tutti gli attori oggi presenti nel Paese. Una galassia confusa e sempre mutevole di movimenti, milizie, compagini tribali, gruppi criminali, guardie petrolifere scontente, fino ad arrivare a lambire lo stesso generale Haftar, ossia il comandante in capo delle truppe nazionali libiche, legato al governo di Tobruk, riconosciuto dalla comunità internazionale come il governo legittimo della Libia post-Gheddafi.  Il rapimento di lavoratori civili nel disastrato Medio Oriente rappresenta sempre un dramma: umano, innanzitutto, per le persone coinvolte e per le loro famiglie; ma anche politicoeconomico, dato che porta spesso con sé la riduzione di personale e delle attività industriali, ossia un danno che si ripercuote negativamente sulle nostre aziende in tempi di crisi e di continua incertezza.  Tuttavia, se guardiamo a questo fatto da una prospettiva puramente di sicurezza, la sciagura risiede soprattutto nell’incapacità di poter distinguere fra amici e nemici. Perché questi concetti in Libia sono scivolosi, ambigui e mutevoli al pari dei tanti (troppi) attori politici e militari che profittano dell’anarchia per arricchirsi, sgomitare o consolidare il loro potere.  La preoccupazione maggiore è che i nostri connazionali siano finiti nelle mani insanguinate e terribili dello Stato islamico (Is), ormai ben radicato nel Paese, anche grazie all’inazione internazionale di questi anni. Questi assassini hanno molti motivi per non amare l’Italia, visti i nostri legami di amicizia con l’Egitto del presidente al-Sisi e il nostro attivismo per evitare il definitivo collasso della Libia (obiettivo a cui puntano le milizie di al-Baghdadi). L’ipotesi tutto sommato migliore è che si tratti di un rapimento puramente economico, fatto da gruppi tribali locali e miliziani che ambiscano a 'fare cassa' con un’azione eclatante. Non suoni cinico, ma la priorità economica li rende più 'prevedibili' e – per così dire – razionali.  Vi sono poi spiegazioni più politiche, collegate al recente accordo di riconciliazione promosso dalle Nazioni Unite e siglato giorni fa a Shikrat, in Marocco, da alcuni schieramenti politici. Dopo un lavorio diplomatico estenuante, si è riusciti a spingere le riottose fazioni libiche ad accordarsi per la creazione di un governo di unità nazionale che contrasti le spinte centrifughe e ripristini la sicurezza. Fra i firmatari, vi è il governo legittimo di Tobruk e il nuovo Parlamento, guidato dalle cosiddette forze 'laiche'; vi sono poi milizie e tribù locali oltre alle forti milizie di Misurata, dominate dagli islamisti e finora considerate vicine al governo di Tripoli.  Qualcuno vede allora, nell’azione di ieri, la mano degli uomini di Fajr (l’Alba della Libia), ossia le milizie di Tripoli, quale ritorsione per il ruolo cruciale giocato da Roma nel chiudere l’accordo (per quanto provvisorio e parziale).  Eppure, non sono mancate ricostruzioni che vanno nella direzione opposta: un rapimento ordito da chi vorrebbe marginalizzare politicamente ancor più Tripoli, addossandogli l’azione.  In queste prime fasi, la cosa importante è quindi tenere un basso profilo politico, lasciando lavorare le nostre strutture di sicurezza, che nel Paese si sanno muovere molto bene. Tuttavia, dobbiamo essere consapevoli di come il fragile accordo raggiunto sia solo l’inizio di un cammino complicato, che deve vedere il sistema internazionale meno esitante. È tempo ora di forzare i libici a passare dalle dichiarazioni ai fatti, perché siano pronti a 'imbarcare' chi finora non si è convinto, ma anche a sanzionare e punire chi si ostina a giocare, magari sottobanco, al 'tanto peggio, tanto meglio'. Da qualunque parte questi sabotatori siano schierati.
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