La vera forza del Crocifisso. In hoc homine. (Se oggi Costantino)
sabato 11 agosto 2018

Il tema del crocifisso ha molto in comune con il salvataggio di Josepha di qualche giorno fa. Entrambi mostrano la profonda paura che ha l’uomo contemporaneo di compromettersi con l’altro. È questa la vera sostanza delle questioni, dissimulata nei modi più improbabili sulla protesi emetica dei social che risuonano della loro stessa inconsistenza, nonostante sia ormai palese l’effimero delle rivoluzioni da piazza nate con il digitale e morte sul campo.

La questione del crocifisso ogni tanto si ripropone, in una vacuità di significato da vertigine. Derubricare l’uomo a un oggetto significa ideologizzarlo e quindi disumanizzarlo. Chi insiste pervicacemente nel voler imporre l’oggetto croce a tutti come se questo gesto fosse una intima battaglia di redenzione bypassa ogni genuina ispirazione religiosa. Risponde unicamente a logiche di conquista del territorio, concreto o di prestigio. Preferisco coloro che il crocifisso non lo vogliono in nessun luogo rispetto a quelli che desiderano imporlo come reliquia culturale ubiquitaria. Chi rifiuta ha timore e rispetto più profondi di chi pensa la croce come un cippo qualunque a esibizione di una appartenenza miseramente perduta da tempo nella vita e nelle scelte. Se vi è un significato nella croce del Figlio di Dio quel significato è l’uomo. Così come negli occhi di Josepha il significato è essere il tramite di tutti gli occhi della sofferenza, di tutti gli occhi di tutti gli uomini. Nulla nel simbolo è necessario e funzionale. Tentare di renderlo necessario, addirittura obbligatorio, è il primo vero tradimento senza appello. La prima vera negazione. Appartiene alla logica di Giuda, che tentava di inoculare il veleno della 'necessità sociale' del Cristo per guadagnarne prestigio, potere e giustificazione alla sua lotta politica. Il crocifisso nel dibattito odierno rischia di essere trattato da emblema di una fede ridotta a ideologia, al pari di qualunque altra logica politica o costruzione moralistica. Utile a coloro che hanno come impegno la dimostrazione propria della classe farisaica: essere più buoni degli altri, più meritevoli di una qualche ricompensa. Se il cristianesimo fosse questo, la società farebbe bene a ripudiarlo.

Ci si preoccupa dell’effetto moralistico senza minimamente preoccuparsi della tensione di amore che dovrebbe far scaturire la morale in maniera naturale, non per obbligo ma per una affezione di cui l’Uomo della croce è carne. Si fanno battaglie su vari fronti dimenticandosi che senza la radice di una vita calata nella concretezza, che dimostra la fertilità di un credo in prima persona, ogni morale diventa struttura effimera e applicata, percepita giustamente come una imposizione senza significato. Non è una gara, non è la conquista di spazio, non è la conquista del consenso e non è la palma del più religioso quello che fa potente il credente. È la testimonianza libera e concreta della propria vita che si muove su binari diversi. Il crocifisso, nell’immaginario comune, appartiene ormai a una serie di trofei che si rivendicano per dimostrare l’indimostrabile. Il crocifisso è l’Uomo, il miracolo dell’uomo vivo, morto e risorto, non due pali in croce e neanche una idea generica di buoni sentimenti. Il peggio che si può fare è utilizzarlo come gadget storico relegato al valore delle targhette magnetiche che si attaccano al frigorifero. Se la si priva dell’uomo, la croce del Dio che si è fatto Uomo ha la rigidità dell’obitorio, il rigor mortis senza appello di una visione infeconda. A nulla giova farsene scudo in scontri strumentali. Quello scudo, tradito all’origine, ne segnerà il fallimento. Se oggi un ipotetico Costantino avesse una visione non sarebbe più In hoc signo vinces, ma In hoc Homine vinces.

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