domenica 15 aprile 2012
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Aveva 25 anni Piermario Morosini e un sogno di calciatore diventato realtà quand’era poco più di un bambino. Il vivaio dell’Atalanta, l’Udinese, poi tanta serie B in una carriera sempre in punta di piedi, di quelle da poche righe nelle pagine interne degli almanacchi. Centrocampista ordinato, si dice in questi casi, di corsa e qualità con i migliori guizzi nel settore giovanile e durante la prima stagione vicentina. Il cuore gli ha presentato il conto in un freddo pomeriggio pescarese, con la maglia del Livorno addosso e nell’animo la speranza di una salvezza ancora da conquistare. Vederlo morire sul campo è stato come immergersi in un tragico film già visto. Prima di Morosini, Renato Curi, Vivien Foe, Miklos Feher fino ad Antonio José Puerta del Siviglia e i suoi disperati tentativi di reagire al dolore. Ma nell’elenco andrebbe messo anche chi è riuscito a sfuggire alla morte, per caso o per un sacrosanto eccesso di prudenza, come Nwankwo Kanu, come Fabrice Ndala Muamba, come Antonio Cassano, fermato appena in tempo e poi riconsegnato alla vita. E al calcio. Come sempre e com’è giusto, tragedie come quella di ieri mettono sotto accusa la tempestività dei soccorsi e l’efficacia della prevenzione. Com’è possibile che la corsa di un’ambulanza sia ritardata dall’auto dei vigili urbani? E ancora: può morire così un atleta di primo piano, cioè il più controllato degli umani? Domande cui dovranno dare risposte l’indagine comunale subito aperta e l’autopsia. Di sicuro negli occhi di noi spettatori distratti dal weekend e dalla voglia di evasione, resteranno le immagini di un calciatore, di un ragazzo prima estraneo che d’improvviso diventa un amico, un figlio, un fratello. Perché il dolore crea solidarietà e comunione, anche quello su cui telecamere troppo curiose e qualche volte ciniche, indugiano. Nell’animo l’ombra di una sofferenza troppo fresca e giovane per essere confinata nell’angusto perimetro di un rettangolo di gioco. Soprattutto se verde come la gioventù e i sogni ancora tutti interi. «Non ho parole, non riesco a trovarle» ha scritto su Twitter Marco Rigoni, centrocampista del Novara. «Adesso potrai riabbracciare la tua famiglia» ha twittato Roberto Baronio, ex compagno, ancora amico. Sì, perché nel cuore di Morosini la sofferenza aveva, purtroppo, da sempre un posto da protagonista. Orfano di madre a 15 anni per colpa di un tumore, aveva perso il padre a 17, portato via da un infarto. Poi, nel 2004, come in una terribile escalation del dolore, la tragica fine del fratello disabile. Un rosario di angoscia a ricordarci che dietro la figurina patinata e sorridente di un campione c’è sempre una persona, un uomo, cioè la più preziosa delle creature. Non esiste carriera o guadagno o concorso che possa reggere il confronto. Per questo, crediamo, ha fatto bene la Figc a sospendere tutte le partite in calendario nel fine settimana. Perché la vita di un uomo che si conclude non ha bisogno tanto di applausi o di frasi forbite ma innanzitutto di silenzio. L’unica colonna sonora adeguata ad un atleta che nel mondo del pallone si muoveva in punta di piedi. Un calciatore di corsa e di qualità. Dal cuore 'grande', direbbero gli esperti, e che forse proprio per questo si è fermato troppo presto.
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