giovedì 28 giugno 2012
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Il mio amico A., importante editore e poeta, ha appena finito di dire «è stata una buona idea passare di qua», e sta ancora consultando Google Maps sul suo iPhone. Anche così ci si orienta in una megalopoli vasta e complicata come San Paolo del Brasile, estesa all’incirca come l’Emilia Romagna, con ventidue milioni di abitanti tra città e dintorni. Stiamo tagliando verso il centro e la zona non è pericolosa. Appena finita la frase, due ragazzi ci assalgono. Magri, rapidi, in tuta nera. Hanno circa vent’anni, urlano e uno dei due si abbranca alla mano di A. con l’iPhone, l’altro mi assale. La colluttazione è breve, con l’occhio puntato alla mano che il mio assalitore porta un paio di volte alla tasca. Un coltello? Grido anche per richiamare l’attenzione, la via è trafficata e c’è gente sui marciapiedi. Un gruppetto di uomini a venti passi da noi sta a guardare. Veloce come una scimmia, il ladro prova ad arrivarmi in tasca ma ne devio i tentativi e lo sospingo indietro. In quegli istanti convulsi un pensiero si agglutina: prendersi una coltellata per un iPhone sarebbe una cavolata suprema. Non riesco a raggiungere il mio amico, il quale a un certo punto con la mano sanguinante molla la presa. E i due in un baleno corrono, magri e svelti come cani e si dileguano. Succede a San Paolo, ma succede in tutte le grandi città del mondo. Non avevano l’aria di disperati. Ben pettinati e rasati. La ragazza del ristorante dove chiediamo un po’ di medicazione per la mano abrasa, ci racconta che non è infrequente vedere queste bande di ragazzi entrare a fare razzia in bar e ristoranti. Rapidi e sfacciati, a volto scoperto, entrano, terrorizzano i clienti e portano via tutto il possibile. Ieri, riferiscono i giornali, sono stati arrestati una ventina di razziatori dopo la loro maledetta visita in un bar. I ristoratori sono preoccupati. Tanto che uno scrittore italiano residente qua da tempo, Contardo Calligaris, riferisce la frase ironica di un suo amico proprietario di ristorante sul problema crescente di queste razzie: «Un tempo la prerogativa di rapinare i clienti era solo nostra». E le persone si sono abituate a uscire di casa senza portare oggetti di valore, né collane né telefoni, solo un po’ di spicci e le carte di credito.Nel nostro caso, dunque, possiamo quasi dire che c’è andata bene. Hanno avuto una parte della preda, noi non abbiamo coltellate in pancia. Ok, verrebbe da dire, quasi un pareggio. Ed è in questo sollievo che si annida una cosa tremenda. È una strana partita quella con la delinquenza di strada. Sembra che ti vada bene se non succede nulla di grave. Una singolare vittoria. Come se ormai fosse un dazio da pagare: a San Paolo, come a Napoli o a Milano. Come se ormai fosse normale girare per strada guardandosi intorno che non spuntino giovani predoni che per uno smartphone possono fare di tutto. Una barbarie di ritorno, qualcosa che nessuna forza di polizia può contrastare con reale successo, specie in luoghi affollati e vasti come questi.Si pensa che la crisi sia solo qualcosa che si legge in oscuri segni cifrati che compaiono sui video dei mercati finanziari e delle banche. Non solo in grandi transazioni che spesso sono una specie di grandi «furti». No, la vera natura di questa crisi epocale si legge nelle strade, nella faccia dura dei passanti, nell’immobilità vile e nel timore che all’incrocio sbuchi il brigante. Per questo siamo nell’epoca dove occorre il supplemento di impegno, di gratuità, di pazienza. E di quella cosa che è il contrario del furto: il dono. Il duro contrasto è a questo livello, al livello meno visibile, quotidiano, eroico.
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