venerdì 4 giugno 2010
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La pugnalata che ha colpito a morte il vicario apostolico dell’Anatolia è arrivata alla vigilia del viaggio del Papa a Cipro, l’ultimo Paese diviso d’Europa, occupato per un terzo del suo territorio dall’esercito di Ankara, ma anche laboratorio di dialogo e riconciliazione tra le fedi. Probabilmente, (così almeno vogliamo sperare), il turco che ha spento per sempre il sorriso di un uomo saggio e buono come monsignor Luigi Padovese ne era ignaro.Ma la coincidenza è sconvolgente e non fa che aggiungere ulteriore sgomento e preoccupazione al grande turbamento e alla profonda tristezza di queste ore. «È stato il gesto di uno squilibrato», si sono subito affrettati a dichiarare le autorità turche, mentre l’effettiva dinamica del brutale omicidio resta tutta da spiegare. Atto di follia? Può darsi, ma non possiamo non domandarci come mai siano così numerosi nel Paese della Mezzaluna, e perché siano quasi sempre diretti contro gli esponenti delle minoranze religiose.È una lunga scia di sangue, iniziata quattro anni fa con l’assassinio di don Andrea Santoro a Trebisonda, proseguita con l’uccisione in pieno centro ad Istanbul del giornalista armeno Hrant Dink, simbolo di una diversità etnica e religiosa aperta al dialogo, e poi con la macabra esecuzione a Malatya di tre protestanti evangelici, senza contare le minacce e le aggressioni ai preti cattolici fra cui il ferimento del padre cappuccino Andrea Franchini di Smirne. Tutti uomini di pace, colpiti dall’odio e dalla violenza. Lo era in modo del tutto speciale monsignor Padovese, impegnato nel dialogo con il mondo musulmano e tenace negoziatore, stimato anche dalla controparte governativa, deciso a strappare spazi sempre più larghi per la libertà religiosa in un Paese dove al vecchio laicismo nazionalista imposto da Atatürk si è sovrapposto il recente islamismo politico del premier Erdogan.Sognava «una Chiesa turca rinvigorita e più consapevole della propria fede» il vescovo dell’Anatolia. L’aveva affermato in un’intervista pochi giorni fa, mentre si preparava a partire per Cipro dove domenica prossima, insieme con i capi delle Chiese orientali, avrebbe ricevuto dalla mani di Benedetto XVI l’Instrumentum laboris in vista del Sinodo sul Medio Oriente che si terrà a Roma in autunno. La sua tragica scomparsa ci ricorda l’estrema precarietà della condizione dei cristiani in questa regione dove la Chiesa mosse i suoi primi passi.«Le radici sono in Terra Santa, i rami sono in tutto il mondo ma il tronco dell’albero è cresciuto qui in Turchia», era solito dire monsignor Padovese. Parole che suonano come viatico alla visita pastorale di Benedetto XVI a Cipro dove ha sede la più antica comunità cristiana dopo quella di Gerusalemme. Fu qui che San Paolo compì il suo primo viaggio missionario che, secondo la tradizione, si concluse a Pafos, legato e flagellato a una colonna. E oggi, per la prima volta in duemila anni, giunge il Pontefice di Roma, «l’uomo che costruisce i ponti». Ma qualcuno ha voluto metterci una mina distruttiva, tanto più deflagrante quanto più l’intero Medio Oriente è tornato in questi ultimi giorni a riesplodere pericolosamente. Tante, troppe coincidenze inquietanti che aleggiano su quella che intende essere una visita nel segno della pace, del perdono e della riconciliazione. Improvvisamente e brutalmente il viaggio di Benedetto XVI a Cipro inizia nel segno del sacrificio, con il sangue versato di un testimone della fede che, come diceva Tertulliano, è fecondo di nuova vita.
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