domenica 26 giugno 2011
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Caro direttore,ragionavo negli ultimi tempi su un fenomeno strano ma non inconsueto: l’evoluzione del rapporto della sinistra italiana con il patriottismo. Nei primi 50 anni dopo la guerra, la sinistra è stata costantemente avversa a tutto ciò che richiamava la Patria e l’amor di Patria: la bandiera, l’Inno di Mameli, l’unità d’Italia, l’indipendenza…, etichettando come «fascisti» tutti coloro che avevano il coraggio di proclamare e difendere quei valori e quei simboli, contrapponendoli, a volte, a un velleitario internazionalismo. Poi, quasi improvvisamente, l’atteggiamento è cambiato e la sinistra ha iniziato ad acquisire quelle realtà come positive, e a difenderle: sembrava una buona cosa. Ma, ovviamente non è stato così. Come è successo con altre realtà – vedi il mondo della Resistenza/Liberazione del 1943-45 – l’organizzazione dei festeggiamenti e la partecipazione agli stessi è stata agita in contrapposizione politica alla destra e al centro, strumentalizzando la capacità di mobilitazione popolare per imporre schemi culturali, liturgie, atteggiamenti... che hanno ingabbiato i valori originali e provocato la progressiva esclusione dei politici avversi sino ad arrivare ai fischi e alle contestazioni... quando hanno tentato di partecipare. Adagio adagio il Patriottismo (con i suoi valori) è diventato quasi un patrimonio di parte (cosa loro); un moderno "idolo" dalla cui luce tutto ciò che piace alla sinistra viene nobilitato. Bravissimi! Politicamente bravissimi!

Camillo Ronchetti

La sua “lettura”, caro signor Ronchetti, non è strampalata, ma a mio avviso neanche del tutto convincente. Il fenomeno che lei segnala – la nascita di un rinnovato “patriottismo” anche di sinistra – è infatti reale, ma non è riducibile a puro (o anche solo prevalente) frutto d’interesse e di strumentalizzazione. A mio avviso è, anzi, possibile cogliere una cifra alta e festosa nella vasta riappropriazione di positivi valori nazionali che si è prodotta negli ultimi anni. Si tratta di un fenomeno che riguarda tantissimi italiani, in quanto tali e non in quanto elettori o militanti di partito, e che, dunque, non può essere considerato tipico di una sola area politico–culturale. Perché – insisto – riguarda anche la sinistra, non soltanto la sinistra. Trovo poi che l’aspetto luminoso di questo neopatriottismo domini largamente su quello oscuro legato alle motivazioni esclusivamente polemiche (e in vario modo escludenti) di taluni. Una parte non piccola del merito per tutto questo va riconosciuta all’ex capo dello Stato Carlo Azeglio Ciampi e alla “pedagogia” dell’unità e dell’inno nazionale che sviluppò, con tenacia, per tutto il suo settennato. Ma non scopro nulla se dico che il presidente Ciampi, anche da questo punto di vista, ha trovato in Giorgio Napolitano un degno successore.In ogni caso, caro amico, penso che conti soprattutto come la gente vive ed esterna sentimenti civili tanto importanti. La sera del 17 luglio ho avuto la possibilità di assistere alla prima della stagione operistica all’Arena di Verona. Beh, il modo con cui autorità – presidente della Repubblica in testa –, pubblico, coro e orchestra hanno unito voci, note e gesti per l’Inno di Mameli è stato davvero emozionante e coinvolgente (e lo è stato, posso attestarlo, anche per gli spettatori stranieri richiamati dall’evento nella splendida città veneta). Voglio dire, in sostanza, che quel po’ di buon esempio che è venuto dall’alto alla fine è stato davvero utile e fecondo (e non sarebbe di troppo far tesoro dell’esperienza pure ad altro proposito...). Tutti sanno, inoltre, quanto sano ed esemplare amore per l’Italia – una e solidale nell’articolata ricchezza delle sue tradizioni e realtà territoriali – sia stato testimoniato, più volte e con rinnovata intensità in questo anno di celebrazioni per il 150° della nostra unità politica, anche dal Papa e dai vescovi. Forse sono troppo ottimista, gentile lettore, ma continuo a credere che il patriottismo non sia “merce” per cinici e speculatori e neanche per paurosi e razzisti. Quello cattivo, del resto, dura poco e finisce regolarmente male. Le cronache aiutano a capirlo e la storia ce lo conferma.
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