martedì 31 ottobre 2017

È magro e piccolo di statura, sembra un ragazzino. Forse lo hanno scelto per questo. Era appena uscito dal locale di Campo de’ Fiori dove lavora come lavapiatti fino alle due di notte, insieme a un egiziano, aspettava l’autobus che in chissà quante fermate lo avrebbe riportato alla sua periferia romana. Un branco di dodici ragazzi lo ha aggredito: insulti, «sporco negro», e poi giù botte, calci e pugni, tutti assieme, un grappolo di furia sopra a quel corpo già a terra, mentre l’amico riusciva a defilarsi. Due ragazze del gruppo, in un sussulto di ragione o di pietà, si sono interposte. Gli aggressori se ne sono andati, uno però è tornato indietro, a sferrare all’uomo sanguinante un altro calcio che poteva ammazzarlo. Kortik Chondro, 26 anni, bengalese, regolare, da sei anni in Italia, ha la mandibola, il naso, le arcate degli occhi perfino, fratturate dai colpi. Quasi non riesce a parlare. Non capisce perché. Balbetta: «Non gli avevo fatto niente. Io sono uno che, se per caso urta qualcuno, subito chiede scusa...».

Non è la prima volta, in questi mesi a Roma, che uno straniero-tra-noi viene aggredito senza una ragione. Nemmeno a Campo de’ Fiori, l’altra notte, i gestori dei locali erano più che tanto stupiti dell’accaduto. Succede, nelle ore piccole della movida, che i giovani bengalesi che girano vendendo rose siano insultati e minacciati. Sono minuti anche loro come Kortik, che nel locale in cui lavora chiamano 'micio' perché, dicono, è mite e dolcissimo.

Dall’altra parte del bancone ci sono i clienti. Al sabato, convergono sul centro da ogni dove. Qualche ora di gran vita. Birra, superalcoolici, spesso altra roba. La testa che va in barca, i pensieri che si sfaldano lasciando solo pochi brandelli, slogan, rabbia, in un cortocircuito pronto a scoppiare. Ma, prima, cosa c’è? Cosa c’è prima di una esplosione come questa? Quattro ragazzi denunciati hanno fra i 17 e i 19 anni. Studenti, disoccupati. L’unico arrestato per tentato omicidio ha 18 anni. Tutti tifosi della Roma.

A pochi giorni dalla vicenda di Anna Frank, si torna a parlare di curve calcistiche. Come di un possibile terreno di coltura di pulsioni violente e razzismo, quasi che lo stadio fosse solo il pretesto per ritrovarsi e cercare propri simili. Ragazzi di periferia, annoiati, frustrati. Ragazzi che magari, come l’arrestato dell’altra notte, hanno sul profilo Facebook la foto di Hitler e Mussolini. Nazifascisti immaginari forse, ma violenti veri, che si scatenano, d’improvviso, contro uno che ha la pelle più scura. Poi, presi dalla polizia, in caserma quasi si stupiscono: «Ma che gli ho fatto? Gli ho dato solo un calcio...». Trasecolati che il loro 'gioco' di pugni e d’alcool sia qualcosa di così grave. Contro quello lì, poi, quel morto di fame straniero, uno da niente.

Una gran pena. Per questo immigrato arrivato a vent’anni in Italia, da sei anni intento a lavare i piatti nel retro dei locali dove noi andiamo a cena. Pena per la sua giovane moglie in Bangladesh, che ancora non sa. Per i genitori di questi diciottenni, che ora si chiederanno smarriti che cosa possono fare, e forse non lo capiranno. Pena perfino per gli stessi teppisti: da quali famiglie, amicizie, scuole a 18 anni ci si ritrova in un branco di pestatori sbandati? E pena per Roma, la grande capitale di un grande Paese, una storia gloriosa che brilla ancora nelle sua bellezza, Roma cuore della cristianità. Dove questo gioco sinistro da un po’ di tempo, qui e là, si fa strada. A notte fonda, il cervello annegato nella birra, come uno strano odio sommerso si leva nei pensieri. Un odio solitamente tranquillo, che abita ragazzi come tanti altri, inosservato. 'Guardalo, quello. Ehi tu, negro, morto di fame, vieni qua che ti diamo una lezione...'. Passi di corsa sui sampietrini, e urla. Roma che quasi, piano piano, inavvertitamente si sta abituando. A Campo de’ Fiori, si sa, certe notti ce l’hanno coi ragazzini bengalesi. Perché loro? Sono gli ultimi. Quelli che girano con un fascio di rose rosse tra i tavoli dei ristoranti sorridendo ed elemosinando un euro, e a cui quasi tutti, senza nemmeno guardarli, distrattamente dicono di no.

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