giovedì 28 febbraio 2019
A guardare i principali indicatori economici del Paese e ascoltare le voci "dal basso" non ci sarebbe alcun motivo per essere soddisfatti dell’operato del governo giallo-verde
Il ministro dell'Economia Tria con il premier Conte e i vicepremier Di Maio e Salvini (Ansa)

Il ministro dell'Economia Tria con il premier Conte e i vicepremier Di Maio e Salvini (Ansa)

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A guardare i principali indicatori economici del Paese e ascoltare le voci 'dal basso' (compresi i più recenti passaggi elettorali) non ci sarebbe alcun motivo per essere soddisfatti dell’operato del governo giallo-verde. La situazione negli ultimi mesi è decisamente peggiorata: le stime di crescita del Pil sono scese allo 0,6%, con la prospettiva di un ulteriore ribasso, i piani di investimento delle imprese sensibilmente ridimensionati e, come se non bastasse, si registra un complessivo deterioramento macroeconomico a livello globale. Le uniche cose che crescono sono la vulnerabilità del Paese sui mercati finanziari e la sfiducia che serpeggia tra le famiglia e le imprese, che si riflette sui consumi e sugli investimenti.

Che la 'manovra del popolo' non avesse affatto gli attributi con cui veniva presentata dai suoi sostenitori l’avevamo previsto anche noi in tempi non sospetti ('Avvenire', 2 ottobre 2018). Complici le difficoltà congiunturali, che accentuano le debolezze strutturali del nostro sistema economico, oggi appare evidente che l’illusione fiscale ha forse permesso di consolidare il consenso della maggioranza, ma non ha certo creato i presupporti per uno sbandierato e roboante new deal, né per un’anche minima scossa.

Dietro quella facile previsione non c’erano però solo considerazioni di tipo meramente economico, ma la più profonda denuncia di un metodo, di un modo di pensare l’azione politica, nonché la denuncia del rapporto demagogico con il corpo elettorale e dell’ostilità nei confronti delle autorità indipendenti. Tutto ciò, sebbene possa produrre consenso nel breve periodo, sempre nel breve periodo ha dimostrato di non esprimere 'buon governo'. Oltre a far perdere quote di ricchezza materiale, tale metodo dissipa capitale sociale, necessario alla composizione degli interessi in conflitto, sostituisce i valori della cooperazione e della concorrenza leale con quelli della paura e della quotidiana ricerca di un 'capro espiatorio', al quale addossare le responsabilità dalle prevedibili conseguenze perverse della propria cattiva azione di governo, in una disputa elettorale permanente.

Si tratta di un metodo che condanna il Paese alle sabbie mobili del particolarismo, degli infiniti e paralizzanti distinguo, in nome di promesse elettorali impossibili da mantenere. Un metodo che ci condanna a vivere nel recinto angusto della paura e dell’isolamento internazionale, nella vana e retorica attesa di un futuro sovranista che, oltre a essere un inutile anacronismo, rinvia a momenti e a idee tutt’altro che edificanti per il genere umano e per la storia del nostro Paese in modo particolare.

Le recenti stime registrate dalla Banca d’Italia, così come quelle dell’Istat, colpiscono per il progressivo deterioramento dell’intero sistema Paese. Appare evidente come tali stime incidano sulla prospettiva di crescita e, dunque, sulla prospettiva di benessere delle nostre famiglie. Il clima di sfiducia generalizzata viene certamente da lontano, così come le ragioni strutturali della debolezza del nostro sistema, ma averle ignorate, in nome di una retorica propagandistica, è tutta responsabilità dell’attuale governo.

A questo punto, sembra proprio che tale metodo populistico, condito da un leaderismo esasperato, non sappia offrire una rotta e una guida adeguate ai nostri tempi, capaci di mettere in discussione i paradigmi tradizionali, di guardare alle conseguenze, di stimolare l’innovazione e la creazione del valore e di promuovere la nascita di istituzioni inclusive.

Non si tratta dunque di sperare nell’arrivo di un tecnico, dell’ennesimo 'Pifferaio magico' che si candida a condurre il 'popolo italico' verso un futuro di grandezza che non ci sarà e non è detto che sia un bene che ci sia. Soprattutto se tale grandezza fosse perseguita contro qualcuno, che siano altri Paesi europei, i migranti o qualsiasi quotidiano spauracchio. Ciò su cui crediamo si debba lavorare è invece un metodo alternativo al populistico, quello popolare, fatto di discussione critica, di rispetto per l’architettura istituzionale del 'governo della legge', di competenza acquisita e di perenne contendibilità delle cariche, affinché nessun potere possa pretendere di operare senza limiti. Una visione del Paese alla cui realizzazione possano sentirsi interpellati tutti: italiani e immigrati, giovani e anziani, istituzioni e imprese, famiglie e individui, senza alcuna pretesa rendita di posizione, promuovendo i processi competitivi e l’avanzamento delle conoscenze, senza le quali non si producono ricchezze, tanto materiali quanto immateriali.

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