giovedì 2 novembre 2017
Dall'Argentina al Cile si apre un importante ciclo elettorale in America Latina, che in 12 mesi porterà al rinnovo delle Presidenze e dei Parlamenti di buona parte degli Stati del subcontinente
La bandiera argentina sventola davanti alla Casa Rosada, in plaza de Mayo

La bandiera argentina sventola davanti alla Casa Rosada, in plaza de Mayo

Con le elezioni di medio termine per il rinnovo parziale del Congresso argentino – che domenica 22 hanno visto un netto successo delle forze politiche riformiste collegate al presidente Macri, e una battuta d’arresto della variante kirchnerista del peronismo – si apre un importante ciclo elettorale in America Latina, che nell’arco di 12 mesi porterà al rinnovo delle Presidenze e dei Parlamenti di buona parte degli Stati del subcontinente. Comincerà il Cile, dove il 19 novembre si svolgeranno le elezioni parlamentari e il primo turno delle presidenziali, cui seguirà quasi sicuramente il secondo turno delle presidenziali il 17 dicembre. È fortemente probabile che per la seconda volta dal ritorno alla democrazia nel 1990, la coalizione di centro-sinistra (che arriva divisa al primo turno in tre tronconi, con i candidati Alejandro Guiller, radicale, Carolina Goic, democristiana e Beatriz Sanchez, del Frente Amplio, di estrema sinistra) sia costretta a cedere il potere al centro-destra, il cui candidato Sebastián Piñera (già presidente dal 2010 al 2014) guida nettamente i sondaggi.

Il 26 novembre 2017 andrà al voto l’Honduras, ove, per la prima volta sotto la Costituzione vigente, un presidente – in questo caso il nazionalista Juan Orlando Hernández, potrà competere per la rielezione (ammessa a seguito di una riforma costituzionale). Come in Messico e in Paraguay non ci sarà secondo turno, e quindi il nuovo (o vecchio) presidente sarà eletto da una maggioranza relativa. Sarà quindi la volta della Costarica, il Paese che vanta le tradizioni democratiche più consolidate del subcontinente (non ha mai subito interruzioni della democrazia né governi militari dal 1948 a oggi) e che voterà per le elezioni presidenziali e parlamentari il 4 febbraio 2018, con eventuale secondo turno delle presidenziali il 1° aprile. A conclusione della presidenza di Luis Guillermo Solis – che, alla guida del Partido Acción Ciudadana (Pac), era riuscito nel 2014 a spezzare l’egemonia dei due partiti storici che si erano alternati al potere dal 1948 – i candidati di questi ultimi, Antonio Álvarez Desanti del Partido Liberación Nacional (Pln) e Rodolfo Piza del Partido Unidad Social Cristiana (Pusc), tenteranno di riconquistare il governo del piccolo Paese centro-americano.

Inizierà quindi il lungo tour de force elettorale colombiano: nel Paese andino le elezioni del Congresso si tengono prima dei due turni delle presidenziali. Il calendario prevede quindi tre voti, l’11 marzo 2018 per il Congresso, il 27 maggio e il 17 giugno per il nuovo presidente. La questione della pace (con la guerriglia di estrema sinistra, Farc ed Eln) sarà uno dei temi dominanti delle elezioni. In un panorama in cui lo storico bipartitismo liberaliconservatori è stato sostituito da un assetto molto frammentato (e in cui per il Congresso competeranno per la prima volta anche gli ex guerriglieri delle Farc, ora trasformati in partito), la contesa presidenziale è quanto mai aperta. Per la presidenza appare in pole position Germán Vargas Lleras, l’ex vice dell’attuale presidente Juan Manuel Santos, che condivide con i suoi due predecessori (Uribe e Santos) l’appartenenza ad una delle grandi famiglie politiche colombiane, da cui sono usciti già i presidenti Alberto Lleras Camargo (1945-46 e 1958-62) e Carlos Lleras Restrepo (1966-70). Sul versante conservatore il candidato uribista sconfitto nel 2014, Oscar Iván Zuluaga, potrebbe essere lo sfidante di Vargas Lleras nel ballottaggio.

Il 22 aprile, intanto, andrà al voto a turno unico per eleggere Congresso e Capo dello Stato, la piccola Repubblica del Paraguay. In questo caso, la proposta di permettere la rielezione del presidente è stata sconfitta in un’aspra battaglia svoltasi all’inizio di quest’anno e che aveva visto dallo stesso lato il presidente uscente Horacio Cartes e l’ex presidente (ed ex vescovo) Fernando Lugo. I principali contendenti sembrano per ora due colorados, Santiago Peña (appoggiato dal Presidente uscente) Mario Abdo Benítez, detto Marito, che si misureranno il 17 dicembre nelle elezioni interne al partito di governo. Gli appuntamenti elettorali di maggior rilievo, comunque, saranno fra l’estate e l’autunno del ’18. Il 1° luglio sarà il Messico a eleggere Presidente, Congresso e alcuni governi statali. Stante l’impopolarità del Partito rivoluzionario istituzionale del presidente uscente Enrique Peña Nieto, ancora privo di un candidato e la divisione interna del partito Accion Nacional, di centrodestra, potrebbe essere la volta buona per il leader della sinistra populista, l’ex sindaco di Città del Messico, Andrés Manuel López Obrador, già candidato alla Presidenza nel 2006 e nel 2012. Ma siccome 'Amlo' fa paura ai suoi avversari, non è escluso che la sua candidatura riversi i voti su quello fra gli altri candidati che dimostrerà di avere maggiori possibilità, sia esso un priista ( Videgaray, Meade, Nuno o Chong) o un panista (Margarita Závala, moglie dell’ex presidente Calderón, o il giovane rampante Ricardo Anaya, presidente del partito).

Dopo l’estate, ci sarà il botto finale, con le presidenziali in Brasile (ottobre) e in Venezuela (terzo trimestre). Saranno le elezioni decisive per capire se il giro a la izquierda, verificatosi quindici anni fa e incrinatosi dal 2015 in poi, è definitivamente archiviato (le elezioni legislative in Argentina sono state un chiaro segno in questa direzione). In Brasile è probabile una nuova candidatura dell’ex carismatico presidente Lula da Silva (2003-2010), a meno di una sua condanna penale definitiva per corruzione, mentre sul fronte moderato manca per ora una figura egemone. E in Venezuela potrebbe essere l’ultima chiamata per uscire dall’autocrazia in cui è lentamente ma inesorabilmente scivolato il socialismo del XXI secolo voluto da Chavez e inasprito da Maduro (al quale sta riuscendo di spaccare il vasto fronte oppositore). Che fra l’altro mostra le crepe anche in Ecuador (per la svolta moderata del presidente Lenin Moreno, il quale ha rotto col predecessore Rafael Correa) e in Bolivia, dove Evo Morales cercherà nei prossimi mesi di ripetere il plebiscito che gli consentirebbe la rielezione e nel quale è stato sconfitto già nel febbraio 2017. E cuador e Bolivia – così come Uruguay, Perù e Argentina – non eleggeranno il presidente durante il ciclo elettorale appena apertosi, ma non mancheranno appuntamenti elettorali o preelettorali anche in alcuni di questi Paesi: una consulta popular in Ecuador che dovrà fra l’altro decidere se vietare la rielezione indefinita del presidente (sbarrando così la strada a un futuro ritorno di Correa), elezioni regionali e municipali in Perù nell’ottobre 2018, il già citato plebiscito boliviano e l’entrata nel vivo della campagna per le prossime presidenziali (fine 2019) in Argentina ed Uruguay. La politica democratica in America Latina sarà più effervescente che mai nei prossimi dodici mesi.

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