L'ennesima ombra digitale sulla Cia. Fuori controllo


Vittorio E.Parsi giovedì 9 marzo 2017

Ancora una volta WikiLeaks ha sorpreso tutti, con una rivelazione dal duplice risvolto inquietante. Da un lato, ha affermato di essere in possesso di documentazione riservata che dimostrerebbe come la Cia, l’agenzia di intelligence degli Stati Uniti, conduca da anni una massiccia azione di spionaggio e intercettazione attraverso i telefoni cellulari e addirittura i televisori delle marche più diffuse sul pianeta. Dall’altro, ha sostenuto che la stessa Central Intelligence Agency avrebbe perso il controllo di una montagna di files, dati e addirittura di programmi di hackeraggio, malware (software maligni) che potrebbero essere finiti nelle mani di chiunque.Al danno si sommerebbe quindi la classica beffa: non solo spioni, ma anche spioni maldestri, che con le loro azioni, mentre violano illegalmente la privacy di centinaia di milioni di persone, ne mettono a repentaglio la sicurezza, perdendo informazioni riservate e, oltretutto, lasciando in giro "armi di distruzione (cibernetica) di massa".

Si tratta, evidentemente, di uno scenario tutt’altro che rassicurante, il quale solleva tutta una serie di problemi. Paradossalmente, il minore di essi è rappresentato dalla notizia dell’ossessione spionistica degli Stati Uniti. Da quando, alcuni anni fa, lo stesso Julian Assange rivelò come gli Stati Uniti di Obama intercettassero le conversazioni e le email (tra gli altri) di Angela Merkel e François Hollande, abbiamo perso qualunque "innocenza" - ammesso che mai l’avessimo posseduta - sull’attività spionistica a tutto tondo degli Usa.Il presidente Obama si scusò (più o meno) con i leader alleati, sostenne che avrebbe sottoposto tutta l’attività a un processo di revisione e la cosa grosso modo finì lì, fatto salvo il miglioramento della protezione delle reti di comunicazione istituzionali dei Paesi spiati. Ci siamo, per così dire, rassegnati all’idea che, come sempre e a maggior ragione dopo l’11 settembre 2001, gli americani non si fidino di nessuno, forse neppure più, fino in fondo, dei Paesi dell’anglosfera (Gran Bretagna, Canada, Australia e Nuova Zelanda, oltre loro stessi ovviamente), con i quali hanno da oltre un decennio impiantato una rete di ascolto globale.Nel frattempo, però, la polemica sulla sicurezza dei dati e sulle intercettazioni ha assunto una dimensione diversa e più rilevante durante la campagna per le presidenziali americane. Da parte dell’amministrazione di Barack Obama si è infatti sostenuto che il Cremlino abbia cercato di influenzare l’esito delle elezioni infiltrandosi nei computer della candidata democratica Hillary Clinton per favorire il rivale Donald Trump, poi risultato vincitore.

Quest’ultimo, dal canto suo, ha nei giorni scorsi accusato il suo predecessore di aver dato ordine di spiarlo proprio durante la campagna, evocando, peraltro sulla base di nessuna prova, lo scandalo Watergate, che mise fine anticipatamente al secondo mandato di Richard Nixon. Le rivelazioni di Assange in realtà finiscono con il ridare forza alle polemiche di questi giorni. In un certo senso "relativizzano" le accuse mosse a Mosca – e imbarazzanti per il presidente Trump – di aver interferito con il processo elettorale Usa. L’attività di spionaggio e hackeraggio a opera della Cia sarebbe infatti decisamente molto più massiccia di quella fin qui imputata ai servizi segreti russi. Per altro verso, lasciano intendere che l’attività di intercettazione della Cia sia talmente estesa e continuativa da poter far ritenere non incredibile che persino il candidato Trump possa essere stato spiato: e in ciò rendono "meno inverosimili" le accuse mosse dal neopresidente al suo predecessore. Una cosa verosimile non è automaticamente vera, ma è qualcosa che appare diverso da una "bufala" gigantesca. Anche per questo Trump potrebbe ringraziare.Quello denunciato da WikiLeaks evidenzia così un’opacità e una carenza di responsabilità nelle disposizioni che stabiliscono l’attività di intercettazione piuttosto preoccupanti. Mette inoltre in risalto il rischio che gli strumenti di malware e le informazioni carpite attraverso la rete possano essere usati a scapito della sicurezza pubblica, da gruppi terroristici, o di quella privata, da cybercriminali. Sulla base di questo ennesimo scandalo, il presidente Trump avrà qualche pretesto in più per tagliare un po’ di teste dentro l’Agenzia ora diretta da Mike Pompeo. Ma di sicuro dovrà occuparsi con molta più solerzia e rapidità di ridare credibilità ed efficienza alla divisione dello spionaggio informatico della Cia, al momento tutt’altro che affidabile.

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