Fisco: così evadere conviene sempre
mercoledì 17 ottobre 2018

Non è una «pace», come la definisce il governo Conte, la parte fiscale della manovra varata lunedì sera. È semmai un’altra «resa» della classe politica nei confronti di evasori, elusori e cittadini inadempienti alle sanzioni. L’ennesima resa dell’esecutivo di turno alle soverchianti schiere di chi non compie il proprio dovere tributario, con un danno stimato fra i 120 e i 150 miliardi di euro l’anno di imposte non pagate.

Il vicepremier Luigi di Maio può menar il can per l’aia quanto vuole, accusando per l’ennesima volta «i giornali di fare solo propaganda» e sostenendo che «questo sarà il primo anno in Italia senza scudo fiscale per gli evasori». La realtà è che anche la nuova classe politica, quella autoribattezzatasi del «cambiamento», su questo fronte cambia assai poco, mettendosi sulle orme dei Governi che nella Prima e della Seconda Repubblica, di centrodestra e di centrosinistra (ad eccezione degli esecutivi Prodi, a onor del vero), hanno agito in questo senso.

E lo fa prendendo spunto ora dall’uno, ora dall’altro, per tutti gli strumenti. Tanto che lo stesso Di Maio parla, contraddicendosi, dell’utilizzo di «istituti già esistenti, come la dichiarazione integrativa o il saldo e stralcio sotto i 1.000 euro», la rottamazione delle cartelle e la cancellazione del contenzioso, aggiungiamo noi. Si potrà dire che, col tetto a 100mila euro e non fino a 1 milione come inizialmente ipotizzato, si limita il campo ai "piccoli-medi" evasori, si delimita il provvedimento a un condono di modeste proporzioni. Vero, ma sempre di condono si tratta e il messaggio culturale sotteso resta che evadere conviene e viene in qualche modo premiato anziché sanzionato.

Proviamo a fare qualche esempio concreto e giudichino i lettori se di «pace» si tratta o non piuttosto di resa.

La prima misura è la rottamazione delle cartelle. Simile a quella varata dai governi Renzi e Gentiloni prevede la cancellazione di interessi e sanzioni, lasciando solo il saldo delle imposte non pagate, con la concessione – ecco la differenza – di una dilazione fino a 5 anni. Perché, allora, pagare oggi le tasse, viene da domandarsi, se in futuro c’è sempre la possibilità di versare a rate, senza sanzioni, un’imposta svalutata dal tempo? Ancora: è prevista la chiusura delle liti pendenti di fronte alle commissioni tributarie. Qui la materia è più opinabile, stante l’incertezza del giudizio finale, ma sarà comunque possibile chiudere i processi versando il 50% delle imposte sotto contenzioso se si è vinto in primo grado o il 20% in appello. Anche in tal caso, la convenienza sta nel non pagare oggi ciò che puoi dimezzare domani.

Più espliciti gli effetti degli altri due strumenti, a cominciare dallo stralcio delle posizioni aperte inferiori a 1.000 euro. Cosa significa in concreto?

Prendiamo il caso di un "gran furbetto" che non abbia pagato il canone della televisione, magari pure per 10 anni tra il 2000 e il 2010, ma sia stato infine "pizzicato" da Equitalia: per volere del governo non dovrà nulla, zero euro, neppure un centesimo. E così pure chi avesse preso una multa e deciso, come sta purtroppo tornando di moda, di dire «me ne frego» e di «tirare dritto» senza pagare, non dovrà nulla allo Stato, non verrà sanzionato come se non avesse mai ricevuto la contravvenzione. "Scurdammoce o’ passato" si canterà in coro, quale che sia l’accento "chi ha avuto ha avuto, nisciuno ha dato né darà".

O se qualcosa dovrà dare sarà assai ridotto. Come prevede l’ultima ipotesi, quella della dichiarazione integrativa fino al 30% d’imposta entro i 100mila euro. Secondo la quale, sempre per fare un esempio, un professionista che lo scorso anno abbia dichiarato 350mila euro di reddito, ma ne avesse incassato in realtà 450mila, potrà ricordarsi d’improvviso di quei 100mila euro di cui – "mannaggia" – non conservava memoria perché s’era dimenticato di segnarli sull’apposito foglietto con l’intestazione "Fattura", e potrà integrare la propria dichiarazione dei redditi. Il governo, come cadeau per il suo ravvedimento, su quei 100mila euro di fatturato nascosto gli permetterà di pagare appena il 20% e non già l’aliquota dovuta del 43% per l’Irpef, del 27,5 o 24% per l’Ires. Come si vede, un bello sconto agli evasori, senza alcun pegno; l’ennesimo schiaffo, invece, a chi si ostina a comportarsi correttamente, pagando subito le imposte ad aliquota intera e non ridotta.

Nei provvedimenti del governo, che non disegnano una semplificazione "a monte" dei rapporti con il fisco, ma solo lo stralcio del contenzioso "a valle" e, per ora, non riducono se non marginalmente l’imposizione stessa a favore solo di una piccola fetta di operatori economici, non si intravede quel nuovo patto di «pace» che pure viene propagandato.

E questo perché l’unica vera «guerra» che in Italia si combatte non è quella supposta di uno Stato criminogeno contro il cittadino vessato, ma il "conflitto civile" fra i cittadini stessi, fra chi contribuisce con le proprie imposte a finanziare i bisogni della comunità e chi invece si sottrae a questo dovere. Impoverendo tutti e in particolare i più bisognosi, le vere vittime collaterali della guerra fiscale. Quelle che anche questa presunta «pace» del "governo del cambiamento" continua a non tutelare.

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