sabato 3 luglio 2010
Un mese dopo, siamo qui a chiedercelo: a che cosa è servito il sacrificio di monsignor Luigi Padovese? Avvinti come siamo da una mentalità pragmatista, la tentazione di misurare l’«efficacia» di quella morte potrebbe essere pericolosamente forte. Così – mentre le indagini in Turchia sembrano procedere a stento e ancora non s’è dissipata la fitta coltre dei dubbi su circostanze e moventi dell’assassinio – l’interrogativo rimane. Pesante come un macigno. A che cosa è servito tutto questo?A volerlo leggere come un fatto di cronaca, l’omicidio di Padovese appare nient’altro che l’esito drammatico di uno scatto di follia. Chi propende per una lettura "politica" lo interpreterà come la conferma di un autentico ostracismo nei confronti dei cristiani. Ma non sono questi gli approcci che aiutano a comprendere in profondità il messaggio che la vicenda consegna a chi voglia interpretarla con occhi di fede. «Questo chicco di grano caduto sulla terra porta e porterà molto frutto», ha detto il cardinale Tettamanzi, il giorno dei funerali a Milano. Che cosa significa? Per comprendere il senso di quella morte, occorre partire dal significato dell’esistenza del vescovo Padovese. La sua testimonianza culmina con il sacrificio, ma non comincia con esso. Come ha scritto su Mondo e Missione padre Claudio Monge, domenicano di stanza a Istanbul: «Monsignor Luigi aveva già iniziato molto prima del tragico 3 giugno a vivere "da martire". Molti aspetti della sua vita ci consentono di affermare che non è morto diversamente da come era vissuto: in un incessante cammino di conversione, in un rinnovato dono di sé e della propria vita, in una quotidiana testimonianza del fatto che solo la ragione che sostiene la nostra vita consente anche di affrontarne l’esito estremo, ovvero la morte».Non era certo un ingenuo, il vescovo ucciso. Conosceva i rischi che correva, ma amava profondamente la sua terra di missione. In nome del Vangelo. La sua testimonianza risuona oggi più attuale che mai. E scandalosamente eloquente per noi, cristiani della Vecchia Europa. «In altri Paesi dove la maggioranza è cristiana, è più grande il rischio di dirsi cristiani senza esserlo. Qui da noi – scriveva Padovese ai suoi cristiani turchi, piccolo gregge esposto ai pericoli – dobbiamo esserlo e mostrarlo. Il nostro impegno non è di convertire altri alla nostra fede, ma di mostrare semplicemente che è bello essere cristiani».Per uno dei misteriosi disegni con cui la Provvidenza continua a stupirci, a pochi giorni di distanza dal sacrificio di Padovese, a Roma è stato ordinato sacerdote il primo gesuita di nazionalità turca, padre Antuan Ilgit. Nell’omelia della sua prima Messa ha dedicato un passaggio proprio a Padovese, oltre che a don Santoro, ricordando che entrambi non ignoravano la possibilità di donare la vita. «Da cristiani credenti e da presbiteri umili l’avevano messo in conto». E concludeva: «Se vogliamo partecipare alla loro testimonianza, nei nostri cuori deve esserci posto soltanto per il perdono, la speranza, la carità». Ecco il vero frutto del sacrificio di Padovese: se sapremo ricordare il suo gesto di amore incondizionato non col risentimento di chi si sente derubato o il livore di chi invoca vendetta, ma con le parole del perdono e della misericordia, allora il chicco di grano avrà portato il suo insperato frutto. Allora il piccolo seme avrà misteriosamente dato il suo germoglio.
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