mercoledì 23 febbraio 2011
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Libertà, gridano. E ne parla il web, ne parlano i nostri giornali. Le folle che stanno sfidando regimi e bombe, decennali assetti di potere, interrogano la nostra libertà. Si sottopongono a pericoli e violenze in tutto il Maghreb e in parte del mondo arabo per il pane e per la libertà. Vorrei che prima di tutte le possibili analisi politiche, del timore per scenari futuri, delle accuse alla speculazione sui prodotti primari, e prima della presa di coscienza delle conseguenze che specialmente in Italia si avranno, arrivasse, dritta come una spada, la grande questione: la libertà muove gli uomini. Anche là dove sembra impossibile.Certo, queste sollevazioni chiedono pane insieme alla libertà. Situazioni divenuta intollerabili dal punto di vista sociale hanno acceso gli animi. Ma come sempre accade, la mancanza e la necessità di un bene particolare (il pane) ha fatto vedere in modo più lampante la mancanza di un bene più grande (la libertà). L’uomo è fatto così. Vuole sempre un bene più grande. La sua fame è infinita. Non di solo pane vive.Ogni faccenda che riguarda la libertà è complicata. Perché la libertà è la cosa più profonda, più «cara» come dice Dante, più intima di un uomo. La sua parte inespugnabile. Può solo venderla o barattarla lui. Ma nessuno può spegnergliela. Però la libertà non si muove, non cerca la propria soddisfazione in una specie di ambiente puro. È sempre esposta al torbido, al parziale, all’interesse, alle passioni. Non esiste libertà in azione allo stato puro, se non nei santi. E anche i movimenti di libertà che si stanno esprimendo in queste dure giornate non sono "limpidi". Sarebbe stupido pretenderlo. Ma quando un uomo si muove per la libertà, interroga sempre tutti noi: tu per cosa ti stai muovendo? Noi, per cosa ci stiamo muovendo? E, anzitutto, ci stiamo muovendo? Pare che in molte zone della nostra società regni l’immobilità. Non solo nel senso della mancanza di cambiamenti significativi – pur di fronte a una crisi che se non il pane in molti casi ha tolto il companatico o anche il lavoro – ma nel senso di una assunzione di responsabilità, di sfida, di senso del rischio.I giovani del Maghreb stanno rischiando molto per avere più libertà. E noi? I nostri giovani? Se in quei contesti il desiderio di libertà può spingere ad andare in piazza, qui a cosa ci sta spingendo? Le manifestazioni dei mesi scorsi nelle piazze italiane non hanno certo la tragica elementare bellissima forza di quelle in corso. Siamo obbligati ancora una volta a domandarci, noi che la libertà pensavamo di sapere cosa è, se ne abbiamo davvero una idea. Perché quei ragazzi che rischiando parecchio sono andati contro i loro regimi, lo han fatto perché li sentivano contrari alla loro aspirata realizzazione. La libertà non è la conquista di uno spazio vuoto, dove fare quel che si vuole – come appare spesso predicata qui da maestri del vuoto – ma la tensione a beni, a incontri che soddisfino il nostro essere uomini.La libertà pura e impura, bellissima e torbida è ricerca di una soddisfazione. Un uomo che si ritiene materialmente o esistenzialmente "soddisfatto" non manifesterà nessuna voglia di cambiamento. Protesterà per questioni secondarie. Per interesse. Ma non sarà un uomo in movimento. Non avrà la durezza, la dolcezza, la tenacia di quel che vediamo in questi giorni, tra i fumi delle bombe e delle nostre analisi, spesso messe avanti per non lasciarci né ferire né interrogare davvero.
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