Il cambiamento della rappresentanza
domenica 11 marzo 2018

La tornata elettorale del 4 marzo 2018 ha segnato il deciso consolidamento del tripolarismo italiano che era nato con il voto politico generale del 23 febbraio 2013. Gli esiti sul piano politico e istituzionale di questa condizione stabilita dall’elettorato restano da verificare, anche se già si constata la fine della cosiddetta Seconda Repubblica e la nascita di una Terza, con protagonisti nuove forze e nuovi leader. Tra tante incertezze, emerge però un processo in corso piuttosto chiaro e significativo: il cambiamento della rappresentanza.

L’offerta di rappresentanza è mutata, ma qui non ci si soffermerà sull’evoluzione (o involuzione) delle proposte di M5s, centrodestra (a guida leghista) e Pd già analizzata in molti modi, ci si concentrerà piuttosto sul lato della domanda di rappresentanza, dove la novità risulta più strutturale. L’analisi dei risultati – con la sconfitta del Pd e la totale débâcle della sinistra di Leu e dei partitini proto-marxisti – ha evidenziato come il tradizionale bacino di consenso formato dai ceti popolari, e dagli operai in particolare, si sia in prevalenza ri-orientato: verso il Movimento 5 stelle, in particolare, e – come già in passato – la Lega e (ora più parzialmente) Forza Italia. Una buona fetta della "classe operaia", insomma, ha deciso di andare in paradiso seguendo le Stelle o ascoltando i cori del neonazionalismo salviniano, lasciando a terra falci&martelli, così come tutte le arboree e floreali evoluzioni dell’ex Pci sulla strada dell’incontro con laici e cattolici nell’attuale Pd.

Una lettura "determinista" si potrebbe fermare a questo punto, anche se non senza una sottolineatura del fatto che i dem sembrano diventati soprattutto il partito di buona parte delle élite economiche, dei ceti elevati e dei pensionati (unica categoria di cui tiene salda la maggioranza). Se non fosse che il cambiamento travalica l’appartenenza a una fascia sociale, coinvolge in maniera diversa i corpi intermedi e mostra come non ci sia più una diretta corrispondenza tra lavoro svolto e scelta politica, tra identità professionale e preferenza partitica, e neppure – dato pure non nuovo – tra appartenenza religiosa e prevalente consenso a una formazione.

È certamente la definitiva scomparsa delle categorie novecentesche, delle "classi" come blocco monolitico e politicamente orientato, ma con tutta probabilità è anche la fine della prevalenza dell’identità lavorativa sugli altri aspetti della propria personalità. Lo spettro è più ampio e determina situazioni più complesse e perfino contraddittorie.
Si spiega così, ad esempio, il distacco tra rappresentanza politica e sindacale. Lo ha notato anche Susanna Camusso: molti degli iscritti alla Cgil votano il Carroccio o Cinque stelle.

Si rivolgono cioè alla Lega che pure, dopo l’infelice esperienza diretta del Sindacato padano, ha stretto di recente un accordo di collaborazione organica con l’Ugl, la confederazione di destra che in passato forniva quadri ad An e Pdl. E persino al M5s, che più di altri teorizza la disintermediazione e ha sempre osteggiato il sindacato prefigurandone la scomparsa. Scelte che si spiegano con il fatto che l’operaio 'in quanto lavoratore' si fida e giudica migliore la tutela che può offrirgli la Cgil o la Cisl (la fiducia nei sindacati è, infatti, in crescita), mentre 'in quanto cittadino' preferisce l’offerta di M5s che sostiene di potergli garantire, in caso di licenziamento, un cospicuo reddito di cittadinanza.

Oppure quella della Lega, perché quell’operaio crede davvero che la legge Fornero si possa abolire e lui vorrebbe andare in pensione a 60 anni. Dinamiche simili avvengono anche nelle realtà cattoliche, con scelte anche stridenti. Le ricerche dicono da tempo – e lo confermano i minimi risultati ottenuti dalla liste vecchie e nuove, che si rifacevano esplicitamente alla tradizione politica cattolica o a singoli concetti guida (oggi la famiglia come ieri l’aborto) – che le preferenze dei cattolici impegnati sono più o meno sovrapponibili a quelle degli italiani in generale e motivate principalmente dal 'clima' programmatico complessivo.

E così ci sono persone impegnate in parrocchia, magari anche nell’assistenza ai poveri e agli stranieri, che però hanno votato Salvini, davvero convinti che «un freno alla 'invasione' vada messo». Così come sinceri credenti e assidui frequentatori di funzioni religiose che al momento del voto non si concentrano affatto sull’approvazione (o meno) delle unioni civili. Non è solo questione di laicizzazione avanzante o di scarso ascolto dei pastori, ma appunto di un più generale cambiamento della percezione di sé come cittadino rispetto alla politica. Si valutano con disincanto i partiti per la loro offerta, come i consumatori soppesano i prodotti in cerca del più conveniente per qualità e prezzo.

Spesso si bada a un concreto interesse - sia esso economico o rivolto a specifici aspetti come la sicurezza, l’immigrazione, il lavoro, la previdenza - e si valuta il prezzo da pagare in termini di valori discordanti, di aspetti non condivisi. Poi si 'acquista', attendendosi che il servizio sia reso. Se non avviene, si cambia velocemente 'marca', cioè voto, insoddisfatti di quel partito come di una mozzarella senza sapore. O ci si ritira sulla montagna del non-voto. Ma non è tutto negativo. Non sono ancora morti né la partecipazione, né la passione, né l’identificazione in un progetto. Sono piuttosto riservati ad altro. Alla dimensione sociale, ad esempio, all’associazionismo, al volontariato, all’impegno per la propria piccola comunità.

Basta osservare qualsiasi paesino d’Italia in una qualsiasi domenica dell’anno per accorgersi di quante persone impiegano – gratuitamente – il proprio tempo a favore degli altri: organizzando una corsa benefica o promuovendo la raccolta di sangue; educando i ragazzi allo sport o difendendo l’ambiente; ripulendo una scuola o facendo da guida in borghi antichi, animando la vita della loro parrocchia. Le tradizionali sezioni dei partiti sono ormai chiuse o semi- vuote, ma sono piene le sedi di associazioni, circoli, centri e oratori. È lì oggi, più che nelle urne, che si avverte forte la ricerca di un bene comune. Più vicino di quello che si discute o si dovrebbe discutere in Parlamento. Più limitato, apparentemente. Ma vero. E la vera politica è lì.

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