sabato 15 settembre 2012
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Gentile direttore,
il medico che ha curato il cardinal Martini, da lei citato, quello che ha detto «non abbiamo staccato nessuna spina», quello che avrebbe svelato le «bestemmie» e le «menzogne» da lei denunciate, cita il cardinale. Martini gli avrebbe detto: «Non voglio andare oltre le terapie per bocca». La mia domanda è semplice: all’articolo 3 comma 5 della legge votata dal Senato nel 2009, quella che fu fatta per salvare Eluana Englaro dalla «drammatica fine per sottrazione di nutrimento ed idratazione», legge da allora ferma alla Camera, si legge che «anche nel rispetto della Convenzione delle Nazioni Unite sui diritti delle persone con disabilità, fatta a New York il 13 dicembre 2006, l’alimentazione e l’idratazione, nelle diverse forme in cui la scienza e la tecnica possono fornirle al paziente, sono forme di sostegno vitale e fisiologicamente finalizzate ad alleviare le sofferenze fino alla fine della vita. Esse non possono formare oggetto di dichiarazione anticipata di trattamento». A me non interessa strumentalizzare Martini e le sue scelte. Le chiedo però di rispondere onestamente a questa domanda: poteva, Martini, dire al suo medico «non voglio andare oltre le terapie per bocca» se fosse in vigore questa legge? E lei, pensa che sia giusto che idratazione e alimentazione, che notoriamente non sono «terapie per bocca», non possano costituire oggetto di dichiarazione anticipata di trattamento?
Paolo Martini, direttore di Radio Radicale

 

Questa lettera, gentile collega, dimostra che persino un professionista dell’informazione serio come lei può ritrovarsi a essere in tutto o in parte disinformato su questioni chiave di un serissimo dibattito come quello sul cosiddetto “fine vita” (imposto al Parlamento dalle dolorose forzature dei princìpi del nostro ordinamento provocate da alcune pronunce giudiziarie). È uno dei brutti scherzi giocati, e non solo a lei, dall’assordante e stordente campagna politica e mediatica – tutta giocata su equivoci, ambiguità e deformazioni – scatenata contro il disegno di legge sulle Dat. Versione giornalistica abbreviata di un titolo ben più illuminante: “Disposizioni in materia di alleanza terapeutica, consenso informato e Dat” che sovrasta una testo normativo che ha svolto in Parlamento un iter importante e approfondito (e, come è noto, io sono tra coloro che sperano che si concluda presto e bene). Il meccanismo, caro direttore, è noto: non si dice quel che il testo afferma e si propone di regolare, ma quello che fa comodo sostenere per poterlo attaccare con più violenza. Io credo, invece, che abbiamo già sufficienti motivi di franco dissenso in questa materia, e che non ci sarebbe proprio bisogno di forzature (e menzogne e, lo ribadisco, autentiche bestemmie come quelle di chi ha provato a “usare” come testimonial dell’eutanasia il cardinal Martini e, prima ancora, Papa Giovanni Paolo II). Il suo primo errore, gentile collega, è una svista. Ha dimenticato che il ddl ha già fatto due interi passaggi parlamentari – Senato (2009) e Camera (2011) – nei quali ha raccolto crescenti e trasversali consensi. Attualmente, dunque, non è «fermo alla Camera», ma è di nuovo all’esame del Senato per una terza lettura del testo modificato alla Camera. Il secondo errore che lei compie è quello di citare un testo sbagliato, che davvero non so dove (e a quale punto dell’iter) abbia pescato. Ecco il testo corretto (che chiunque può verificare) contenuto nell’articolo 3 della legge sulle Dat: «Anche nel rispetto della Convenzione delle Nazioni Unite sui diritti delle persone con disabilità, fatta a New York il 13 dicembre 2006, alimentazione e idratazione, nelle diverse forme in cui la scienza e la tecnica possono fornirle al paziente, devono essere mantenute fino al termine della vita, ad eccezione del caso in cui le medesime risultino non più efficaci nel fornire al paziente in fase terminale i fattori nutrizionali necessari alle funzioni fisiologiche essenziali del corpo. Esse non possono formare oggetto di dichiarazione anticipata di trattamento». La sottolineatura dedicata al «paziente in fase terminale» – i lettori di “Avvenire” lo sanno per averlo a suo tempo potuto leggere a differenza dei lettori di altri giornali – è stata operata alla Camera perché fosse più chiaro che i malati terminali vengono trattati in modo diverso dai malati cronici e dai disabili, poiché il loro organismo a un certo momento “rifiuta” il nutrimento, proprio perché si sta spegnendo, e i medici quando se ne rendono conto di concerto con i familiari a quel punto lo sospendono. È una buona e normale prassi, tesa a evitare l’accanimento terapeutico. E vengo alle sue domande. La prima risposta: sì, non c’è dubbio. Con questo testo di legge un malato terminale vigile può dare o non dare il suo “consenso informato” alle medicine che gli vengono proposte. E il cardinale Carlo Maria Martini era vigile, nel momento in cui ha concordato in “alleanza terapeutica” con il suo medico il percorso di cura (medicine «per bocca», più flebo) giudicato migliore nel tratto estremo della sua lunga e grave infermità vissuta con paziente disciplina ed esemplarità umana e cristiana. La seconda risposta: alimentazione e idratazione non sono una terapia, sono un atto di sostegno vitale, di accudimento. Comunque siano assicurate: con flebo, con sondino nasogastrico, con un cucchiaino… (possono essere infatti garantite anche per bocca, fino a quando una persona malata o disabile può deglutire). Una persona in grado di intendere e di volere può decidere per i più diversi motivi di lasciarsi morire di fame e di sete, e io credo che non si possa pensare a decisione più drammatica e attuale di questa. Ma – sono solo alcuni esempi – una persona in stato di incoscienza (per esempio ricoverata d’urgenza in ospedale a causa di un incidente) o una persona sana con una gravissima disabilità (come nel caso di Eluana Englaro, che non era una malata anche se è stata dipinta come tale e addirittura data per «già morta») o un malato psichico non possono essere lasciate morire di fame e di sete. Mai. Certo non in base a una volontà presunta, come ridiventa inevitabilmente – in casi del genere – una volontà personale scritta e non attuale. Questo penso, gentile collega, assieme a tantissimi altri. E penso che si tratti di un fondamentale principio di civiltà. I lettori di “Avvenire” lo sapevano già. E sono quasi sicuro che lo sapesse anche lei. La saluto cordialmente.

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