venerdì 11 settembre 2020
La società dei consumi non si regola affatto sui nostri bisogni: piuttosto li regola, in funzione delle sue scelte, autonome rispetto agli interessi dell’umanità condivisa
Covid, un cambio di scenario. Ma il super-uomo non cede

LaPresse

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Anticipiamo una parte del saggio introduttivo a "Lo sguardo oltre la mascherina" del teologo Pierangelo Sequeri (pagine 112, euro 12, in libreria da oggi), pubblicato nella collana "Pagine prime" realizzata da Vita e Pensiero in collaborazione con "Avvenire". Il volume raccoglie sia il "diario teologico dai giorni del coronavirus" tenuto da Sequeri sulle pagine del nostro giornale, sia le sue meditazioni sulla misericordia apparse tra il 2015 e il 2016 sul mensile "La porta aperta".

Dico subito la mia opinione, a scanso di equivoci: il super-uomo – quello che considera la compassione una debolezza e non deve chiedere mai – non si arrenderà tanto facilmente. Perché è un mito e i miti non cedono senza lottare fino all’ultimo. La macchina mediatica che si è impadronita della semplificazione comunicativa, scandisce il pre e il post-coronavirus come un passaggio d’epoca ('Nulla sarà come prima'). La formula rimane indeterminata, oscillante fra la minaccia e la promessa. L’ottimismo della volontà, però, non rinuncia a gettare il cuore oltre l’ostacolo: 'Ce la faremo e andrà tutto bene'. Frequentemente, la formula si associa all’imperativo di stringersi gli uni agli altri: 'Se stiamo uniti, ce la faremo e ritorneremo a vivere'. Doppia acrobazia simbolica, perché la parola d’ordine rimane 'Stiamo distanti, se vogliamo sopravvivere'.

Il super-uomo, dicevo, non si scompone ancora, per il momento. Il suo racconto trattiene sullo sfondo una grande fiducia in sé stesso: 'In questi casi, invece di affidarsi a Dio, conviene rinsaldare la nostra fiducia in noi stessi: tocca a noi trovare i mezzi per vincere la battaglia. Il resto è superstizione'. Il bisogno di decantazione riflessiva di questo enigmatico momento di sospensione, nel quale tutto sembra fluttuare, manda tuttavia più di qualche segnale del fatto che la fiducia in noi stessi è condizione necessaria, ma non sufficiente. L’elaborazione della domanda, dovrà essere più profonda e più umile. La presunzione e le chiacchiere stanno a zero. E si vede. D’altra parte, si avverte nell’aria anche una sorta di circospezione nel formulare ipotesi troppo definite. Se sbagliamo la mira, infatti, per eccesso di profezia, rischiamo di annaspare a vuoto. La formulazione della domanda, insomma, deve riuscire a cogliere il sentimento di una mutazione che appare inevitabile, ma al tempo stesso indecifrabile: un radicale cambio di scenario è come sospeso nell’aria, ma il copione preciso è ancora tutto da scrivere.

E chi lo scrive? La scienza? L’economia? La politica? La religione? Il virus medesimo? Ma poi, come si scrive? Sino ad ora la scienza e l’economia appaiono impegnate a prestare i primi soccorsi: con molte incertezze, molte contraddizioni, a dispetto delle regole apparentemente collaudate e indi- scutibili di cui ci avevano assicurato il possesso. In ogni modo, si vola basso. Intendiamoci, questa evidenza – perché tale è – non è in alcun modo utilizzabile per la diffusione di un discredito generalizzato della strumentazione logica e pratica che il sapere della tecnica e dell’organizzazione mettono a disposizione del progresso civile. Stoltezza infantile e, alla lunga, pericolosa. Qualche riserva, semmai, va indirizzata piuttosto alla politica, indotta dalla sua gracilità inarrestabile a servirsi strumentalmente della scienza e della tecnica senza riguardo per il loro senso e i loro limiti. In questa fase, il difetto di visione e di riflessione della politica – già messo in evidenza dalla cosiddetta crisi economica globale – appare ancora più imbarazzante.

Riflettendo un po’ più a fondo, si deve anzitutto mettere a fuoco un dato: che la scienza, l’economia, la stessa politica, lavorano con strumenti che, con tutta la loro propulsiva apparenza di modernità, appaiono di colpo invecchiati. Vecchi arnesi del ’900, invece che nuovi strumenti del futuro. L’innovazione strumentale – la velocità, il digitale, l’automazione, la connessione totale, la distribuzione in tempo reale – appare di colpo per quello che è in realtà: una stupefacente sofisticazione estetica del vecchio mondo, non la vera costruzione di un nuovo modo di abitare la terra e di guardare il cielo. Il Covid-19, nella semplicità dei suoi dispositivi di produzione e distribuzione, ha mostrato di essere in grado di battere, in pochi giorni, la complessità di tutti i nostri presidi tecnici di immunizzazione. La sua pervasiva capacità di condizionare le nostre vite appare all’altezza delle più sofisticate nanotecnologie: materialmente più efficace, mentalmente più incisiva. La denominazione 'virale', riferita alla potenza di moltiplicazione e di diffusione dei fenomeni che si impongono nel tempo e nello spazio mediatico, non è più una metafora: il virus medesimo, qui, dà lezione di contagio. [...]

Questi decenni sono stati anni di effervescenza di teorie critiche sul postmoderno. Teorie ingegnose, spesso radicali, talora semplicemente piene di buon senso, e persino di consenso: che però non hanno ancora spostato neanche di un millimetro il flusso del nichilismo vaporoso nel quale abbiamo incominciato a galleggiare, vivendo alla giornata. Non è, verosimilmente, la fine della storia: fino a quando c’è generazione e ci sono generazioni, la storia non puoi fermarla neppure se lo volessi. Però, intanto, qualcosa della storia si è fermato: la puntina del grammofono gratta ostinatamente sullo stesso solco e ripete – sia pure gracchiando sempre di più – lo stesso motivo musicale. Che cosa si è fermato? E che cosa si ripete ostinatamente, girando in tondo, come su un disco rotto (la metafora riflette la mia età, fate voi l’equivalenza)? Potrà sembrarvi strano, ma la mia idea è che si è fermato l’orgoglio di essere umani, prima di tutto umani. Sembrerebbe la cifra del nostro tempo, invece non è così.

La retorica continua questa narrazione (come sul disco rotto): ogni giorno ci ripete il suo ritornello sul progresso che ci deve rendere più liberi e più uguali, degni protagonisti della nostra storia e attori insostituibili del nostro destino. Sempre meno, però, questa estetica del soggetto individuale, come attore sociale razionale del governo di sé e della comunità, appare all’altezza della drammatica percezione di vulnerabilità del sistema di vita al quale siamo esposti – come individui e come popoli – a motivo della nostra dipendenza dall’autonomia – assai più emancipata – del denaro e del mercato. La società dei consumi non si regola affatto sui nostri bisogni: piuttosto li regola, in funzione delle sue scelte, autonome rispetto agli interessi dell’umanità condivisa dei singoli e delle comunità. Su queste scelte orienta anche i nostri desideri, cercando di persuaderci che la loro migliore interpretazione è quella che ripete, in piccolo, la logica globale che ispira il mercato del denaro e lo sviluppo della tecnica. Ossia, la logica della competizione predatrice e dell’accumulo di benessere: che l’ingegno umano rende tecnicamente efficiente e culturalmente sofisticata. Da farla sembrare, appunto un progresso dell’umano, dovuto alla sua intelligenza, alla sua potenza, alla sua libertà.

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