martedì 14 aprile 2015
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Ad ogni occasione, ritorna a galla la vecchia querelle se sia meglio armarsi per difendersi, o continuare a rimettersi alle forze dell’ordine, ritenendo che gli unici a potere esser armati devono essere carabinieri, poliziotti, vigili e vigilanti. Adesso la questione vien rilanciata dal dramma nel Palazzo di Giustizia di Milano. Qui, come si sa, un imputato è entrato con la pistola e ha fatto una strage. Ieri un magistrato ha rilasciato questa confessione: «Quando uccisero il giudice Alessandrini, tutti ci dissero di prenderci una pistola, e io me la son presa». È un magistrato stimato e irreprensibile, molto più nobile di me. Non ho niente da obiettargli. Vorrei soltanto spostare il discorso su un’altra dimensione, diversa ma collegata: avere in tasca un’arma cambia l’uomo, mentalmente, eticamente, neurologicamente. L’uomo armato è diverso dall’uomo senza armi. È peggiore. Facilitare la pratica delle armi vuol dire peggiorare la società. Non so se chi mi legge sa per esperienza personale cosa vuol dire avere un’arma con sé. Come quell’arma ti cambia nel pensare, nel camminare, nel fermarti, nel muovere le mani, nel guardare gli altri. Mi son trovato in questa condizione. Sotto le armi, ufficiale di complemento. E ho scoperto in me, e nei miei colleghi, quanto segue.Se hai una pistola, pensi sempre a quella. E non con una porzione minima o minore del cervello, ma con la porzione principale. Anzitutto ti chiedi (noi dovevamo portarla all’esterno, non in tasca): metterla a destra o a sinistra? La pistola s’infila in una fondina, che pende dal cinturone, e deve poter essere estratta rapidamente. Il che, con la mano destra, può essere comodo a destra, ma anche a sinistra. Pensateci un po’. Dev’essere estratta fulmineamente e impugnata e puntata e usata. Questo killer di Milano l’aveva in tasca, e ha fatto tutto con calma, perché era armato tra disarmati. Ma certamente anche lui, per il semplice fatto di avere un’arma in tasca, pensava sempre a quella: avvicinandosi al Palazzo di Giustizia, varcando la porta d’entrata, esibendo ai controllori il falso tesserino, presentandosi nell’aula dell’udienza, parlando col suo avvocato (col quale non andava d’accordo), sedendosi in un posto qualsiasi, e osservando le controparti, cioè praticamente tutti.Chi ha una pistola con sé ha il cervello bloccato. Non ragiona più. Quando va a letto, la mette lì vicino, quando si rialza la rimette addosso. Nel mondo civile c’è chi scava una nicchia nella sponda del letto, per poter afferrarla istintivamente, se irrompono i ladri. C’è una vecchia massima di un glorioso regista americano, John Ford, che dice: «Se in un film si vede un fucile appeso al muro, prima che il film finisca quel fucile deve sparare». Quel che succede nel film, succede nella vita: se un uomo ha una pistola, prima che la sua vita finisca quella pistola sparerà. Magari la userà il suo bambino di pochi anni, contro un amichetto di pochi anni, per gioco (è successo anche nelle ultime ore, in America), ma purtroppo la pistola è fatta per sparare e spara. È meglio che le armi le abbiano polizia e carabinieri, e che le case siano senza armi.Se cammini tra case dove le armi sono frequenti, non ti senti sicuro ma inquieto. Mi càpita ogni volta che vado a trovare un figlio, che vive a Los Angeles. Le villette hanno giardinetti affacciati sulla strada, e sul bordo ogni tanto vedi un cartello che avverte: «Non mettere il piede qui. Risposta armata». Per precauzione, per non mettere il piede lì, mi allontano di tre metri. Non vedo l’ora di arrivare a casa. E chiudermi il mondo alle spalle. Il mondo, così, è nemico.
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