giovedì 8 luglio 2021
Le disuguaglianze si misurano ormai in termini di impatto sulla natura, con l’impronta ambientale e di carbonio
Serve una sorta di cambio di stato che imprima tutt’altro movimento al nostro modo di concepire la vita e di organizzare la nostra intera esistenza

Serve una sorta di cambio di stato che imprima tutt’altro movimento al nostro modo di concepire la vita e di organizzare la nostra intera esistenza - Lapresse

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«L’epoca che stiamo vivendo è piena di contraddizioni e di opportunità», così inizia il messaggio della Cei per la sedicesima Giornata del Creato del prossimo 1° settembre 2021. Nel prosieguo fa intendere che l’opportunità consiste «nell’abbandonare un modello di sviluppo consumistico che accresce le ingiustizie e le disuguaglianze, per adottarne uno incentrato sulla fraternità fra i popoli». La conferma che il degrado ambientale in cui siamo immersi ha l’aggravante dell’iniquità perché è stato provocato non per garantire la dignità a tutti, ma il privilegio a pochi.

Un tempo le disuguaglianze si misuravano solo in termini di reddito, oggi che abbiamo capito di trovarci in un mondo dalle disponibilità limitate, le disuguaglianze si misurano sempre di più in termini di impatto sulla natura. Con due indicatori di base: l’impronta ecologica e l’impronta di carbonio. La prima per misurare la quantità di risorse utilizzate sotto forma di terra fertile, la seconda per misurare la quantità di rifiuti prodotti sotto forma di anidride carbonica. In ambedue i casi le statistiche rivelano ampie disuguaglianze fra nazioni e fra classi. Parlando di CO2, si va da 17 tonnellate pro capite all’anno, emesse negli Stati Uniti, a 0,53 nel Sudan, passando per 5,7 nel caso dell’Italia. Ma le medie nascondono sempre profonde differenze. Nell’Unione Europea l’impronta media pro capite è di 6,5 tonnellate, ma quella dell’1% più ricco è undici volte più alta del 50% più povero. Disparità che ormai non riguardano più solo Ue o Nord America, ma tutto il mondo perché quella dei super-ricchi è una classe transnazionale che travalica ogni frontiera.

In conclusione, il 10% più ricco della popolazione mondiale produce il 49% di tutta la CO2 emessa dai consumi mondiali, il 50% più povero solo il 7%. E oggi che la concentrazione di CO2 in atmosfera ha raggiunto 412 parti per milione, con profonde conseguenze sul clima e quindi sul livello dei mari, sulle rese agricole, sulla tenuta dei fiumi, sono i più poveri a pagarne le conseguenze. Non solo perché sono meno attrezzati ad affrontare le calamità, ma perché vedono sfumare per sempre la propria possibilità di riscatto. Non per partecipare al banchetto delle futilità, ma per godere almeno dell’essenziale.

Abbiamo la tendenza a pensare che la crisi ambientale sia solo di tipo climatico, per cui basta passare dalle energie fossili a quelle rinnovabili e abbiamo risolto il problema. In realtà, la crisi è molto più ampia, tanto da poter ostacolare la stessa transizione energetica. Recentemente l’Iea, l’Agenzia internazionale per l’energia, ha pubblicato due rapporti: uno sulla strada da perseguire per arrestare la crescita della CO2, l’altro sugli ostacoli che la strada al- ternativa rischia di incontrare. La strada indicata è di prediligere l’elettricità come fonte di energia, anche per i trasporti, purché generata da fonti rinnovabili. I limiti che però questa strada rischia di incontrare è legata ai minerali che le nuove tecnologie richiedono, specie per la mobilità elettrica. Rame, litio, cobalto, nichel sono metalli poco abbondanti, che oltre tutto richiedono molta energia e molta acqua per i processi di lavorazione.

Una chiara ammissione di scarsità che avvalora «la necessità di abbandonare un modello consumistico» come richie- sto dalla Cei. Non solo per esigenze di sostenibilità, ma soprattutto di equità. Finché abbiamo tenuto l’attenzione solo sulla nostra parte di mondo ed abbiamo trattato la giustizia sociale come una mera questione interna alle nostre nazioni ricche, ci è sempre sfuggito il nesso fra sostenibilità ed equità. Tanto meno abbiamo sentito il bisogno di mettere in discussione il modello consumista. Al contrario, lo abbiamo giustificato, addirittura osannato considerandolo obiettivo di sviluppo da garantire a tutti. Ma il “tutti” che avevamo in mente non arrivava ai confini mondo, si fermava ai residenti nella nostra torretta d’avorio. I nostri connazionali erano gli eletti a cui ritenevamo di dover garantire ogni forma di amenità, sicuri che il pianeta ce l’avrebbe fatta. Per la verità la preoccupazione per il pianeta non ci sfiorava neanche.

Le risorse per noi élite c’erano, gli spazi ambientali pure: finché non abbiamo visto i primi segni dei cambiamenti climatici, per noi la questione ambientale non esisteva. Ma oggi che la crisi si è fatta evidente, dobbiamo scegliere che tipo di sostenibilità vogliamo perseguire: se quella dell’apartheid che destina le poche risorse esistenti al consumismo di pochi o quella dell’equità che privilegia i diritti per tutti. Simbolicamente la scelta è: auto elettrica per una minoranza o beni e servizi fondamentali per tutta l’umanità? Domanda oziosa per i cristiani: la Chiesa ci ha sempre insegnato a scegliere la giustizia, intesa addirittura in senso estensivo. Ossia riferita non solo ai viventi di oggi, ma allargata alle generazioni del domani che hanno diritto anch’esse a trovare un pianeta ospitale. Diritto di cui potranno godere solo se noi, i loro antenati, sapremo privilegiare la sobrietà rispetto allo spreco. Questa è la responsabilità che ci compete se vogliamo bene ai nostri figli.


Il dieci per cento più ricco della popolazione mondiale produce il 49% di tutta la CO2 emessa dai consumi mondiali, il cinquanta per cento più povero solo il 7%. E gli ultimi pagano il prezzo più alto

Oltre che da considerazioni di carattere ambientale e sociale, la scelta per un modello di sviluppo orientato al necessario, invece che al consumismo, è dettata da esigenze esistenziali. È stato ampiamente dimostrato che le vite organizzate per l’avere sottraggono tempo alle relazioni che sono la vera fonte di felicità e di realizzazione umana. Perciò, quand’anche avessimo a disposizione una quantità infinita di risorse, di energia, di spazi ambientali, dovremmo comunque fare scelte di produzione e di consumo orientate alla moderazione per impedire che il nostro tempo sia totalmente assorbito dalle cose, lasciando sguarnite le altre dimensioni: la sfera affettiva, intellettuale, spirituale, familiare, sociale. Ecco perché la transizione ecologica è obiettivo necessario, ma non sufficiente.

La transizione evoca l’immagine della traversata, il passaggio da una sponda all’altra del fiume. Cambiamo sponda, ma il fiume rimane lo stesso: stessa acqua, stessa corrente, stessa fauna, stessa flora. Fuor di metafora la transizione ecologica cambia la nostra tecnologia, il nostro modo di produrre, perfino il nostro modo di consumare, ma lascia immutata la nostra gerarchia di valori, la nostra filosofia di vita, il nostro concetto di felicità, la nostra visione organizzativa del privato e del sociale. Invece è proprio una nuova impostazione culturale, che poi si fa impostazione economica, ciò di cui abbiamo bisogno. Detta in un altro modo, abbiamo bisogno di conversione ecologica, una sorta di cambio di stato che imprima tutt’altro movimento al nostro modo di concepire la vita e di organizzare la nostra esistenza.


Finora abbiamo agito all’insegna della ricchezza e abbiamo prodotto instabilità umana e modificazioni climatiche

Fino ad oggi abbiamo agito all’insegna della ricchezza e abbiamo prodotto instabilità umana, disuguaglianze sociali, degrado ambientale. L’alternativa è agire all’insegna della persona, organizzare ogni aspetto della vita sociale ed economica in funzione di ciò che serve per garantire a tutti serenità, sicurezze, armonia, inclusione. Non più la persona costretta ad adattarsi alle logiche della produzione, del mercato, del denaro, ma al contrario, il lavoro, l’abitare, la città, la sicurezza sociale, organizzati nella forma più consona alla dignità umana in un rapporto di armonia con sé stessi, con gli altri, con la natura. Una prospettiva che gli indios e anche qualcun altro, pure su queste pagine, chiamano «benvivere», l’unica che può salvarci.



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