martedì 5 febbraio 2019
Il mandato apostolico ai vescovi 'ufficiali' e il riconoscimento da parte di Pechino di un secondo vescovo 'clandestino' Il dialogo ha avviato un circolo virtuoso
Pellegrini cinesi in piazza San Pietro in attesa dell’udienza generale di papa Francesco (LaPresse)

Pellegrini cinesi in piazza San Pietro in attesa dell’udienza generale di papa Francesco (LaPresse)

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Il 2 febbraio 'L’Osservatore Romano' ha pubblicato una lunga intervista al cardinal Fernando Filoni sulla Chiesa e la Cina (che 'Avvenire' ha segnalato sull’edizione di domenica). È la prima volta dal 2012 che il prefetto della Congregazione per l’Evangelizzazione dei popoli si esprime con tanta ampiezza su questo tema. Sette anni fa, mentre il dialogo tra le due parti era completamente bloccato, rilanciò «la dichiarazione, pubblica e chiara» con cui Benedetto XVI aveva affermato, nella Lettera alla Chiesa cattolica nella Repubblica popolare cinese del 2007, «che la Santa Sede [era] disponibile a un dialogo rispettoso e costruttivo con le autorità di Pechino», sottolineando che «questa aperta manifestazione di buona volontà e di disponibilità, non [era] mai venuta meno». Ma aggiungeva: «si deve attendere all’infinito?». L’attuale intervista, invece, si colloca in un contesto completamente diverso: non solo il dialogo è ripreso e si è sviluppato con crescente intensità, ma ha prodotto anche un risultato rilevante, l’Accordo Provvisorio del 22 settembre 2018 di cui il cardinal Filoni sottolinea la «portata storica».

I lettori di questo giornale già sanno che il prefetto di Propaganda fide non si abbandona a una facile apologetica. Riconosce «le difficoltà che ancora rimangono» e quelle «che potranno palesarsi nel cammino ». Dichiara: «capisco [...] i dubbi; capisco le perplessità; talvolta li condivido». Ricorda che «non siamo infallibili». Ammette che ci si può trovare «in difficoltà a capire la discrezione che ha circondato il dialogo tra Santa Sede e Repubblica Popolare Cinese». Contempla la possibilità di «legittime riserve». Ma non condivide «l’atteggiamento di chi [...] non solo non si sforza di comprendere anche il punto di vista degli altri, ma soprattutto rischia di non remare in sintonia nella barca di Pietro». Parlando della Santa Sede assicura che «amiamo veramente la Chiesa e il Popolo cinese»: «il Papa, insieme ai suoi collaboratori, ha fatto, fa, e farà tutto il possibile per rendersi vicino alla Chiesa in Cina». Dalla sua conoscenza diretta di tanti studi e di tanti sforzi, Filoni fa emergere la continuità tra i suoi predecessori e Francesco, riconoscendo inoltre a quest’ultimo la decisiva novità di un’«attenzione alla guarigione della memoria per voltare pagina» e di «uno sguardo decisamente rivolto al futuro». Questo Papa, infatti, ha proiettato la Chiesa in Cina oltre eredità legate a tante vicende dolorose e che oggi inchioderebbero i cattolici cinesi a una logica di accuse e recriminazioni, di vincitori e di vinti, contro cui il prefetto mette giustamente in guardia.

L'intervista è comparsa contemporaneamente ad alcune notizie importanti riguardo alla Chiesa in Cina. È stata pubblicata, infatti, lo stesso giorno in cui 'L’Osservatore romano' ha comunicato che il Papa ha assegnato un compito pastorale diocesano ai sette vescovi ordinati senza il mandato apostolico, ma accolti nella comunione cattolica il 22 settembre scorso. Ha cioè conferito loro quella potestà senza la quale nessun vescovo può esercitare legittimamente il governo di una diocesi. Il 30 gennaio, inoltre, il vescovo 'clandestino' Jin Lugang è stato riconosciuto ufficialmente come coadiutore della diocesi di Nanyang in Henan. È il secondo ad essere riconosciuto dalle autorità dopo la firma dell’Accordo tra la S. Sede e la Cina. Il precedente, Zhuang Jianjian della diocesi di Shantou nel Guangdong lo era stato contestualmente al suo ritiro; Jin Lugang, invece, è destinato a diventare il titolare della sua diocesi con il pieno consenso delle autorità.

La coincidenza spinge a leggere l’intervista al cardinal Filoni anche come un commento a tali notizie. Si tratta infatti di sviluppi che scaturiscono all’Accordo del 22 settembre, anche se non previsti da questo. Ciò vale in particolare per il riconoscimento ai due vescovi 'clandestini', avvenuto – va sottolineato – senza l’obbligo di iscriversi all’Associazione patriottica. Giungono intanto notizie di contatti delle autorità con altri vescovi 'clandestini' in vista del loro riconoscimento. Sono segnali che fanno pensare a un graduale disgelo di una questione apparsa per quarant’anni irrisolvibile. Molti sono ancora convinti che non ci sarà. Ma, seppure gradualmente, il processo iniziato con l’Accordo sta continuando e si conferma che la sua importanza non riguarda solo il suo contenuto, ma anche la fiducia tra le due parti: quella che lo ha ispirato e, soprattutto, quella che è in grado di ispirare loro spingendole verso nuovi passi. È la fiducia, infatti, al centro del circolo virtuoso che si è avviato.

Proprio la mancanza di fiducia ha impedito il dialogo tra Santa Sede e Cina per tanti anni. Non solo dopo la nascita della Repubblica popolare cinese. Nel lontano 1886, ad esempio, venne dall’Impero cinese la richiesta di stabilire relazioni diplomatiche con la Santa Sede. Le Congregazioni di Propaganda fide e degli Affari ecclesiastici straordinari ne discussero molto e i cardinali contrari addussero motivi diversi, ma la loro obiezione di fondo era soprattutto una: come ci si può fidare dei cinesi? Questa obiezione fu vincente con Pio X, ma davanti al disastro della Prima guerra mondiale Benedetto XV riconobbe che non c’era motivo di fidarsi degli europei più che dei cinesi. Con la guerra fredda, si sono poi create distanze abissali e, per certi versi, la Chiesa cattolica è tornata sui suoi passi. La sfiducia negli interlocutori ha ritardato a lungo anche l’intesa che è stata finalmente raggiunta nel settembre scorso. Poiché riguardava solo le nomine dei futuri vescovi – e implicava la legittimazione degli illegittimi – molti hanno pensato che non bastasse: dopo la firma, la controparte cinese avrebbe potuto rifiutarsi di affrontare gli altri problemi, a cominciare da quello cruciale dei 'clandestini'.

Il dubbio 'ci si può fidare dei cinesi?', tuttavia, non ha radici evangeliche o cristiane. È anche incompatibile con la famosa Istruzione del 1659 di Propaganda fide sul clero autoctono. Rientra invece tra le forme di diffidenza verso l’altro, il diverso, lo straniero di cui un ampio campionario è oggi sono gli occhi di tutti. Ma la sfiducia è sterile e, anzi, produce danni. La fiducia, invece, ha pagato quando Giovanni Paolo II «accolse il grido di chi chiedeva perdono e domandava il riconoscimento canonico come Vescovo della Chiesa Cattolica»: i tanti vescovi illegittimi riconosciuti da Roma a partire dagli anni Ottanta. Paga anche oggi. Fidandosi delle autorità cinesi e dei vescovi illegittimi, Francesco ha attirato su di sé e sulla Santa Sede la fiducia di entrambi. Nella logica 'vincitori e vinti' tutto ciò sarebbe stato fatto alle spalle dei 'clandestini' e a loro danno. Ma come afferma il cardinal Filoni sbagliano coloro che oggi ragionano in termini di «resa dei 'clandestini' agli 'ufficiali' o alle autorità civili».

Lo confermano i riconoscimenti in corso dei vescovi 'clandestini'. Tutto ciò spinge a scegliere per la fiducia anche riguardo alla vexata quaestio dell’Associazione patriottica: la parola indipendenza è ancora scritta nel suo statuto, ma sarebbe sbagliato irrigidirsi su una questione di forma, mentre ciò che conta è la sostanza. Del resto, ricorda Filoni, già nella Lettera di Benedetto XVI c’è «l’intuizione che la storia cammina, evolve, e che, mutando i contesti storici [...] muta veramente anche l’organizzazione del pensiero, l’elaborazione dei concetti e l’interpretazione delle formule sociali che stanno alla base della nostra vita».

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