martedì 10 aprile 2018

In testata la data era quella dell’8 aprile 1972. Da soli quattro anni, dalle costole de '’L’Avvenire d’Italia' e de 'L’Italia' era nato 'Avvenire', il quotidiano nazionale d’ispirazione cattolica, secondo una formula che, in quel tempo, valeva più che altro come auspicio. Tutto era avvenuto tra Milano e Bologna, attraverso una non facile e tantomeno scontata unificazione. Nella vita di un giornale ancora in fasce, c’era una evidente questione meridionale da affrontare e, possibilmente, risolvere. La risposta venne quel giorno, per via di un primato tecnologico che 'Avvenire' riuscì a far suo e che ha segnato la strada, tuttora aperta, per tutti gli organi di stampa. Quel giorno, anzi quella sera, il quotidiano stampato a Milano, nel giro di pochi minuti era già, in copia conforme, a circa 800 chilometri di distanza: a Pompei, dove nell’area del Santuario, sorgeva un’antica e ben attrezzata tipografia. Si trattava di una delle Opere di Bartolo Longo, destinata ai figli dei carcerati. Divenne, da quel momento, la seconda sede di stampa di 'Avvenire'.

A far da ponte la tecnica, allora pionieristica, della teletrasmissione che, per la prima volta in Italia, consentiva a un giornale – viaggiando sul vettore di un fascio di 64 circuiti telefonici – di essere riprodotto in fac simile e ristampato a migliaia di chilometri di distanza. A rileggere il 'fondo' dedicato all’evento da Angelo Narducci, direttore dell’epoca, l’impresa tecnologica fu tuttavia poca cosa rispetto ai tanti ostacoli frapposti da una burocrazia che, come sempre, si bendava gli occhi davanti al progresso. «Se un giorno si dovesse scrivere la cronaca delle vicende che hanno portato a creare a Pompei la nuova sede di stampa di 'Avvenire', commentava Narducci, si avrebbe uno 'spaccato' veramente significativo di tutte le difficoltà che invischiano, nella fase storica che stiamo vivendo, la società italiana nelle sue strutture politiche e burocratiche, così come nella sua sensibilità ecclesiale».

Ma la portata dell’obiettivo faceva passare in second’ordine anche gli intoppi ministeriali. Viaggiando verso Sud, appena quattro anni dopo la nascita, il giornale sapeva bene di dover varcare non solo una barriera tecnologica, quanto, piuttosto, la frontiera geografica di una nuova identità. 'Avvenire' diventava a tutti gli effetti quotidiano nazionale, completando – sull’inedito percorso tecnologico – il progetto di Paolo VI che aveva voluto dare alla Chiesa italiana, impegnata nel rinnovamento conciliare, un organo di informazione autorevole e moderno. A sottolineare l’importanza dell’evento fu lo stesso papa Montini che, nel messaggio di auguri pubblicato l’11 aprile di 46 anni fa, individuava in 'Avvenire Sud' «l’esigenza e la vitalità del quotidiano cattolico italiano».

Era evidente che a Mezzogiorno non scendeva in campo solo un giornale. Da una postazione così significativa come quella di Pompei, si manifestava in modo diretto anche l’impegno meridionalista di una Chiesa non rassegnata a un Paese a due velocità. I ritardi del Sud non restavano senza conseguenze sul piano pastorale e, tra l’altro, erano di ostacolo alla possibilità che la Chiesa riuscisse a parlare all’intero Paese. In modo specifico, il Mezzogiorno, scontava poi, proprio sul piano della comunicazione, un divario davvero pesante con il resto d’Italia. Descritto in quegli anni come una polveriera pronta a esplodere, il Sud, in realtà, non aveva quasi voce per esprimersi.

E la stessa Chiesa si era trovata spesso sotto accusa per qualche suo silenzio di troppo. Fu per questo che intorno al giornale si sviluppò una mobilitazione sempre più convinta che vide in prima linea figure importanti dell’episcopato (Ursi a Napoli, Baggio a Cagliari, Motolese a Taranto, Sorrentino a Potenza e poi a Reggio Calabria, Pappalardo a Palermo) e intere diocesi: non a caso molte di esse diedero avvio alle pagine settimanali, una formula nata a Pompei proprio nell’ambito di 'Avvenire Sud'. Fu colta l’opportunità offerta da uno strumento per la costruzione di un’opinione pubblica autonoma, realmente nazionale, prodotto della maturazione di energie culturali locali. Un fatto nuovo, nella difficile realtà civile di quel tempo.

Un fatto di Chiesa, per le dinamiche che la presenza di 'Avvenire' riuscì a mettere in moto. 46 anni dopo quell’8 aprile è un risultato aperto a ogni forma di verifica. Ma è un fatto: i silenzi, oggi, sono diventati parole forti e vere, attenzione speciale e riconosciuta.

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