Sì, il Libano ci riguarda
giovedì 8 luglio 2021

A tempi straordinari, risposte straordinarie. Non ci dobbiamo stupire troppo, quindi, se all’appello di papa Francesco per il Libano («Non può essere lasciato in balia della sorte o di chi persegue senza scrupoli i propri interessi»), lanciato pochi giorni fa durante la Giornata di preghiera per la pace nel Paese dei cedri insieme con i responsabili delle comunità cristiane libanesi, ha fatto eco per primo proprio Israele, che con il Libano ha una storia di contrasti e guerre. Benny Gantz, ministro della Difesa e tra gli artefici della coalizione che ha rimosso Benjamin Netanyahu dal Governo, ha detto che lo Stato ebraico è disposto a «trasferire aiuti umanitari» al Libano attraverso Unifil, la missione Onu, e che si batterà perché altri Paesi facciano altrettanto.

La sollecitudine del Papa risponde a un’ormai lunga tradizione, iniziata nel 1991 con la proposta di san Giovanni Paolo II di convocare una Giornata per il Libano e proseguita con il Sinodo Speciale celebrato nel 1995 a Roma. Il Governo israeliano, ovviamente, agisce in base a logiche diverse, in primo luogo nell’interesse del proprio popolo.
Un’esplosione del Libano, incastonato tra Siria e Israele e oggetto di un interesse sempre più pressante dell’Iran, che si appoggia alla 'quinta colonna' interna di Hezbollah, sarebbe rischiosa anche per Israele. E l’esplosione si fa di giorno in giorno più vicina. Perché il Libano è un Paese fallito. Da ogni punto di vista.

Finanziario: dal 2019 i conti correnti sono bloccati e al mercato nero la valuta locale ha perso il 90% del suo valore sul dollaro.

Economico: nel solo 2020 il Pil è crollato del 20%. Sociale: sui 7 milioni di abitanti ci sono 2 milioni di persone che vivono in povertà, mentre sfiora ormai il milione il numero di coloro che non riescono a soddisfare i bisogni alimentari di base.
Alla conta delle disperazioni libanesi vanno aggiunti un milione e mezzo di profughi siriani, incolpevoli ma manovrabili, e 420mila palestinesi che per metà hanno meno di 18 anni. A questo si aggiunge la crisi istituzionale.
Dopo l’esplosione del 4 agosto 2020, che provocò più di 200 morti e soprattutto strappò la maschera che ancora copriva la crisi, fu il solito Emmanuel Macron a mettere per primo le mani in pasta. Volò subito a Beirut, fece fare ai suoi la spola tra Parigi e la capitale libanese. Non pare, però, che abbia prodotto l’idea vincente.
La Francia (ma anche gli Usa, l’Arabia Saudita e Israele) hanno continuato a puntare su Saad Hariri che, al di là di meriti e demeriti, è impallinato dai veti incrociati. In quasi un anno di trattative, ha incontrato il presidente Aoun una ventina di volte, senza esito. Lo sconcerto è tale che il cardinale Béchara Rai, patriarca maronita, si è spinto a proporre un 'Governo dei leader' pur di dare una scossa alla palude.

In questo quadro, e nella generale inazione rispetto al buco nero che il Libano rischia di diventare, la proposta Gantz offre all’Italia una possibilità importante. L’Onu è attiva in Libano dal 1978 e la missione Unifil, ridefinita e potenziata dal 2006 con compiti non solo di interposizione ma anche di stabilizzazione e assistenza alla popolazione, ha un forte tratto italiano.
Per quattro volte il nostro Paese ha garantito il comando, dal 2018 affidato al generale di divisione Stefano Del Col, ai cui ordini operano circa 10.500 militari (un migliaio gli italiani) di 45 Paesi. Se la proposta israeliana diventasse operativa, il comando italiano avrebbe un ruolo cruciale che a sua volta avrebbe bisogno di un forte supporto politico in patria.
Sarebbe non solo l’occasione per operare ancor più a favore della pace in un’area tormentata, ma anche per consolidare il ruolo dell’Italia nel Mediterraneo. Cosa fondamentale in una fase in cui, come il G7, il G20 e il summit Biden-Putin dimostrano, si stanno ridefinendo molti e importanti equilibrii.

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