Viaggio nel deserto urbano di Tiro, dove anche il cimitero ha i suoi "sfollati"
di Lucia Capuzzi, inviata a Tiro (Libano)
Solo i quartieri cristiani sono stati risparmiati dall’ordine di evacuazione. Qui l’arcivescovo e il rappresentante religioso islamico aiutano insieme gli sfollati: «Finché c’è un solo civile, non mi muovo»

Dopo le domande di rito, il volto del militare si distende. «Andate. Ma state attenti», saluta mentre fa cenno di passare. Il posto di blocco all’uscita di Sidone è la soglia. Una volta attraversata, comincia il Sud: una fascia di Libano stretta tra le montagne e il Mediterraneo e disseminata di cittadine e villaggi, a maggioranza sciita. Il fronte dell’ennesima guerra tra Tel Aviv e Hezbollah. L’autostrada costiera è inesorabilmente vuota: si avanza in solitudine fra le bandiere gialle dei miliziani ai lati della carreggiata, alternate a quelle verdi di Amal, il secondo partito sciita, e alle foto dei combattenti uccisi. Dai cavalcavia pende l’immagine di Hassan Nasrallah. Costruita all’inizio degli anni Novanta, la lingua d’asfalto doveva congiungere Beirut con Naqura: il cuore del Libano con il confine israeliano, nella convinzione di una pace possibile. Tra crisi economiche e politiche, l’opera è rimasta sospesa. Proprio come la fine del conflitto con il Paese vicino. Oltrepassato il fiume Litani e la postazione dei caschi blu di Unifil, si devia nella vecchia carreggiata affacciata sul blu cobalto del litorale. Tiro è a pochi tornanti: in genere ci vuole almeno mezz’ora per farsi largo tra le auto in coda. Ora, però, il traffico è un pallido ricordo come il chiasso di bancarelle e il via vai di turisti. Le barche dei pescatori sono ferme sulla banchina del molo. Le serrande dei negozi e dei ristoranti abbassate a tempo indeterminato. Nessuno cammina sulle vie, i marciapiedi, il lungomare. La “roccia del sud”, come la chiamano, è inesorabilmente immobile. Il silenzio è invaso dal rombo costante degli aerei militari. Tre giorni fa, l’esercito israeliano è stato categorico: la città e la sessantina di villaggi intorno sono bersaglio nella caccia a Hezbollah. I raid sono continui. Nel mirino, soprattutto, le vie di collegamento: ieri mattina è stato distrutto l’ennesimo ponte, a Qazmiya.
L’ordine di evacuazione ha ormai scavalcato il Litani per dilatarsi fino all’altro grande corso d’acqua del Libano meridionale: lo Zahrani. «All’inizio della settimana, un terzo dei poco più di 100mila abitanti era ancora qui. E a questi si aggiungevano gli sfollati delle comunità lungo la frontiera. Poi, la minaccia li ha costretti a scappare. Sono andati via quasi tutti. È rimasto solo chi non può spostarsi perché troppo anziano, malato o povero. Per questo, fino a quando c’è anche un solo civile, io non mi muovo», dichiara Rabih Kobeisi, “sheikh” di Tiro, come vengono chiamati, in segno di rispetto, i rappresentanti religiosi islamici. Deve occuparsi dei vivi – sempre meno – e dei morti, sempre di più. Non solo le vittime dei bombardamenti. Al tempo del grande esodo libanese, anche i defunti partecipano al pellegrinaggio incessante e senza meta di quasi un quinto della popolazione. Latifa, ad esempio, è stata stroncata da un infarto a Beirut, dove era approdata da Shihin, a sud di Tiro. L’85enne, probabilmente, non ha retto lo stress. Nei cimiteri della capitale, però, il conto della sepoltura è salato per i non residenti. Riportare le salme a casa è fuori discussione nel mezzo dei bombardamenti. Buona parte finisce, dunque, nel campo di Benia Barakat. Almeno per un po’. «Wadiaa», si dice in arabo: una tomba temporanea, in attesa di poter riportare le salme nelle comunità d’origine. Nello sterrato, di fronte alla caserma omonima di Tiro, la ruspa ha già preparato la buca quando l’ambulanza della protezione civile scarica il corpo, involto in un lenzuolo. Sheikh Rabih recita alcuni versi della “Fatiha”, il primo capitolo del Corano. Al termine, la salma viene chiusa nel feretro e coperta dalla terra scura. «Almeno c’era lo sheikh ad accompagnarla. Questo sarà di conforto per i parenti a cui non abbiamo consentito di venire. È troppo rischioso ormai», spiega Dahie, uno degli operatori della protezione civile che si è occupato del trasporto. Anche per lui è pericoloso: una trentina di colleghi è stata uccisa in meno di tre settimane di combattimenti.
Il funerale è appena finito quando, nel quartiere adiacente di Houch, un condominio si contorce nel fragore assordante dell’esplosione. «Hanno colpito ancora là. Abito la vicino. Abitavo», si corregge il religioso. Insieme alla moglie e i tre figli, è rifugiato nel monastero di Saint Maroun, sulla collina alla periferia della città. «Mi avevano già ospitato durante la guerra precedente in cui ho perso la mia casa. Ero riuscito a tornarci dopo lunghi lavori quando ho dovuto lasciarla di nuovo…», afferma. La collaborazione tra maggioranza sciita e i cristiani è uno dei tratti distintivi dell’antico porto fenicio. I due “hara”, quartieri, della minoranza nel centro storico, sono gli unici sfuggiti all’ordine di evacuazione. «Le 254 famiglie cristiane sono per lo più rimaste. E hanno accolto vari sfollati, giunti dalle altre zone della città o dai villaggi, di qualunque fede – sottolinea Georges Iskandar, arcivescovo greco-cattolico di Tiro -. Come ha detto Giovanni Paolo II, il Libano è un messaggio. Un messaggio di testimonianza del Vangelo che vuol dire amare gli altri, senza distinzioni. Il significato della nostra presenza, pur in mezzo ad enormi sfide, è quella di essere “una candela accesa nel buio da cui siamo circondati”», dice, parafrasando papa Leone XIV, giunto nel Paese dei Cedri alla fine dell’anno scorso.
Subito dopo l’ordine di evacuazione, la cattedrale di pietra bianca di San Tommaso ha offerto asilo ai profughi islamici e ai palestinesi del campo di el Buss che vi hanno trascorso la notte, in attesa dell’alba per potere viaggiare. «Siamo la dimostrazione che vivere insieme è possibile – conclude l’arcivescovo Iskandar –. Il mondo Lfermi questa violenza perché continuiamo a farlo».

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