Viaggio in Siria e Iraq, dove la Pasqua si celebra a porte chiuse. «Credere, nonostante tutto»

I racconti dei riti della Settimana Santa in forma ridotta, per ragioni di sicurezza e per le tensioni interne ai due Paesi. I pastori delle due Chiese: con i nostri fedeli in queste aree a rischio, per ritrovare la speranza
April 4, 2026
Viaggio in Siria e Iraq, dove la Pasqua si celebra a porte chiuse. «Credere, nonostante tutto»
Candele accese nella cattedrale latina di Aleppo, durante una celebrazione liturgica / Ansa
«A Damasco, tra timori di islamizzazione, minacce e stanchezza latente»
Nelle ferite aperte della Siria i riti della Settimana Santa e di Pasqua si fanno strada, pur rimanendo confinati nel perimetro degli edifici religiosi. La decisione di limitarne lo svolgimento nelle chiese è arrivata il 29 marzo assieme alla condanna da parte dei patriarchi delle Chiese presenti nel Paese di quanto accaduto ad al-Suqaylabiyah, nella regione di Hama, segno evidente di un clima di tensione dilagato in tutta la Siria. Nel piccolo villaggio, dopo un diverbio tra un gruppo di musulmani e dei cristiani che nei loro locali vendevano alcol, un centinaio di giovani dei villaggi circostanti è tornato sul luogo, determinato a devastare la zona e incutere timore. Così, nel raid, è stata distrutta in una piazza anche una statua della Madonna.
«Questo clima – spiega l’arcivescovo di Homs dei Siri Jaques Mourad – è voluto, pilotato dall’esterno». Anche perché «non ho mai visto nessun crimine di questo tipo punito dal governo e inizia a circolare il sospetto che tra chi compie questi gesti possa esserci qualche esponente delle forze di polizia». Affermazioni che valgono anche per i massacri conto gli alauiti, che a Homs avvengono quasi quotidianamente e «a volto coperto». Anche per questo lì i riti pasquali si erano già tenuti in forma dimessa, senza dimostrazioni pubbliche anche lo scorso anno. «Non è una buona testimonianza – spiega l’arcivescovo – festeggiare, fingendo che vada tutto bene». La paura, però, rimane quella di una volontà «di islamizzazione, che non fa stare i nostri fedeli tranquilli». Tanto più se «ciò che accade è il frutto di aver lasciato che le armi si concentrassero nelle mani dei soli sunniti, che sentono di poter compiere vendette e ingiustizie impunemente».
Nel resto del Paese, l’episodio di al-Suqaylabiyah ha acuito la paura mai sopita lasciata dall’attentato dello scorso giugno nella chiesa greco-ortodossa di Sant’Elia a Damasco, dove decine di cristiani avevano perso la vita. Nella capitale, la proibizione della vendita di alcolici, escluse alcune zone ristrette, era già stata sentita come una discriminazione contro le altre confessioni religiose. «Passa il messaggio che i cristiani siano degli alcolizzati», spiega Mourad. Così le comunità hanno fatto proprie le disposizioni dei capi religiosi «per motivi di sicurezza, ma anche per chiedere al governo di prendere posizione e impegnarsi per ritirare le armi che alcuni gruppi e tribù detengono senza autorizzazione». A spiegarlo è l’ispettore dei salesiani del Medioriente don Simon Zakerian, di origine siriana e in questi giorni in visita alle comunità di Aleppo, Damasco e in un villaggio vicino a Homs.
Un tempo, sotto il governo Assad, «erano possibili processioni, il coinvolgimento degli scout che si occupavano della musica, iniziative e spettacoli che abbracciavano tutto il Paese», dice. Adesso, però, nonostante l’assenza di conflitti armati faccia presagire una calma apparente, il clima di tensione e insicurezza porta ad evitare ogni manifestazione pubblica. Una cautela entrata già nella pastorale da tempo: «Organizziamo gli spostamenti dei giovani a piccoli gruppi, senza dare nell’occhio, e facciamo attenzione a non far vedere ragazzi e ragazze che camminano insieme, usanza non sempre accettata dagli islamici. E appena veniamo a sapere che la tensione sale interrompiamo le attività», racconta il salesiano. Che non nega: «Dopo anni di guerra la gente è stanca». «Affamata e malata, senza possibilità di cura», aggiunge Mourad, anche lui all’opera in questi giorni per aiutare la comunità a «meditare sull’umiltà che permette a Gesù di accogliere la sofferenza come una forza, capace di superare quella degli uomini e delle armi dei potenti».
«Così noi cristiani di Baghdad viviamo la fede, anche se intorno a noi resta la paura»
Da Baghdad a Mosul, la Pasqua in Iraq si vive chiusi nelle chiese, con la tensione che cresce al rumore dei missili e dei droni che solcano il cielo. I cristiani, specialmente nella regione del Kurdistan, stanno vivendo le celebrazioni del Triduo in un clima di costante allerta per il rischio di bombardamenti iraniani. Per decisione dei vescovi locali in tutto il Paese le parrocchie stanno celebrando i riti limitando le funzioni all’interno delle chiese e vivendo le festività in forma “ridotta”, come non accadeva, nelle zone del nord, dagli anni dell’occupazione da parte dell’Isis.
In una nota l’arcivescovo siro cattolico di Mosul Benedictus Younan Hano ha esortato le comunità a evitare grandi assembramenti per motivi di sicurezza, e ad astenersi da celebrazioni all’aperto, «come segno di solidarietà verso coloro che soffrono e sono colpiti dagli orrori della guerra». Anche l’arcivescovo di Erbil, Bashar Matti Warda in un’intervista ad Ewtn News ha confermato che, per esigenze di sicurezza, in questi giorni i riti sono limitati alle Messe, alle preghiere serali e alla Via Crucis, strettamente all’interno delle chiese. Dall’inizio della guerra, nell’arcidiocesi sono interrotte tutte le attività di catechismo e gli incontri dei giovani nelle parrocchie. Non si sono svolte neppure le processioni della domenica delle Palme, manifestazioni tra le più attese e partecipate dai cattolici d’Iraq, soprattutto nelle diocesi della piana di Ninive, dove si concentra il maggior numero di cristiani. La tradizione si è fermata soltanto in circostanze eccezionali, tra cui gli anni di sfollamento forzato per l’avanzata di Daesh e la pandemia da Covid-19.
«Vivo a Baghdad da quando sono nata, ma in questi giorni è diventata un’area molto a rischio - racconta Marina Francis, 30 anni, che fa parte del Consiglio dei giovani del Mediterraneo, organismo promosso dalla Cei -. Sto cercando di stare in questo tempo con fede, perché anche se credere non annulla del tutto la paura, ti dà forza, speranza, coraggio per andare avanti». Nella capitale irachena, ha aggiunto Marina, che lavora nell’università della città, durante la Quaresima le comunità cristiane hanno continuato a organizzare momenti di preghiera verso la Pasqua, adottando via via precauzioni sempre maggiori. «Come cristiana irachena - ha concluso la ragazza - ho imparato a vivere, pregare, lavorare anche in mezzo alla sofferenza e al timore, affidandomi a Dio». Forse questa è già Pasqua.

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