Trump ai minimi dei consensi ora gioca la carta di Cuba
Con il negoziato con l'Iran in stallo, galoppa negli Usa il costo del carburante: +42%. E i consensi del presidente continuano a calare: l’operazione a Teheran è più impopolare degli interventi in Vietnam e Iraq

Dirotta su Cuba. Impantanato a Hormuz, come un quinto del petrolio mondiale, Donald Trump ha impiegato l’ormai consueta arma politica del rilancio a oltranza. La capitolazione - virtuale - dell’isola caraibica si è, così, aggiunta a quella dell’Iran, altrettanto virtuale. Quest’ultima è, tuttavia, già cosa fatta nell’ottica del presidente. Tanto che il capo della Casa Bianca ha dato ufficialmente per «terminate» le ostilità cominciate il 28 febbraio. Stavolta, oltre all’effetto retorico, c’è la necessità di aggirare la scomoda procedura di richiesta al Congresso dell’autorizzazione a proseguire l’offensiva portata avanti finora con un ordine esecutivo, ormai scaduto il primo maggio, dopo i canonici sessanta giorni. Come il tycoon ha, tuttavia, spiegato in una lettera a deputati e senatori, lo scontro è congelato da ben prima: «Dal cessate il fuoco del 7 aprile, non ci sono più combattimenti». In realtà, con le negoziazioni in stallo dopo il nulla di fatto della prima tornata a Islamabad e la cancellazione della seconda, lo Stretto rimane blindato e la partita geopolitica è quantomai aperta. Due giorni fa, l’Amministrazione ha respinto la terza proposta degli ayatollah. Nel frattempo i prezzi del carburante galoppano anche in patria. E con una velocità inedita: il Financial times parla di + 42 per cento. Con la stessa celerità, procede l’emorragia di consensi. In base all’ultimo sondaggio di Washington post e Abc, l’impopolarità della crisi con l’Iran ha battuto quella nei confronti del Vietnam e dell’Iraq. Il 61 per cento dell’opinione pubblica è contrario, rispettivamente uno e due punti percentuali in più della quota di quatti, nel 1971, contestavano l’intervento in sudest asiatico e a Baghdad. Con l’approssimarsi del voto di midterm, il leader repubblicano ha deciso, così. di giocare la “carta Avana”.
Lo ha fatto in un luogo strategico. Ha scelto la cena privata al Forum club di Palm Beach la notte del primo maggio – l’alba in Italia –, nel cuore della Florida anticastrista, per annunciare la «presa di Cuba». «Al ritorno dal Medio Oriente, forse potremmo chiedere alla portaerei Lincoln di fare una tappa nel Paese. Appena la vedranno a cento metri di distanza dalla costa, si arrenderanno», ha detto, con un certo compiacimento. Non è la prima volta che il presidente si vanta della riconquista imminente “dell’isola ribelle”, spina nel fianco degli States da quasi settant’anni. Stavolta, però, ha abbinato alle battute muscolari, la promulgazione – proprio mentre si accingeva a partire per la Florida – di una nuova sfilza di sanzioni. Nel mirino, persone e entità che sostengono l’apparato di sicurezza del governo cubano. Non è stato pubblicato un elenco dei nomi, la misura, tuttavia, include anche gli stranieri attivi nei settori «dell’energia, della difesa e dei materiali correlati, dei metalli e delle miniere, dei servizi finanziari o della sicurezza o in qualsiasi altro comparto dell’economia cubana». Non solo. Può essere colpito anche chi collabori alle transazioni in questione. Si tratta della mossa più rilevante per le imprese non americane dall’imposizione dell’embargo nel 1960. Chiunque faccia affari con l’isola, in pratica, potrà vedersi congelati i conti negli Usa. In caso una banca di un Paese estero faciliti un’operazione significativa, poi, potrà incorrere nell’esclusione dal circuito del dollaro e di Wall Street.
La nuova stretta – di intensità inedita anche rispetto al primo mandato di Trump – si abbina al blocco delle forniture di petrolio, in atto dal 29 gennaio. La carenza di energia ha di fatto paralizzato l’economia e la vita quotidiana nella nazione caraibica, dalle scuole agli ospedali, dai trasporti alla raccolta dei rifiuti. Quello attuale, dunque, potrebbe essere il colpo decisivo. Il governo di Miguel Díaz-Canel, però, prova a tenere botta. Di fronte all’ambasciata Usa, il presidente ha arringato la folla trasportata da bus del partito per la tradizionale sfilata del Primo maggio. «Non ci arrenderemo», ha tuonato e ha denunciato «l’aggressione pericolosa, brutale e senza precedenti» nonché le sanzioni «illegali e offensive». Lontano dai riflettori, comunque, i negoziati vanno avanti. Senza, pare, molti progressi. Al rifiuto del clan Castro – che detiene tuttora il potere reale – a un cambio di regime, si somma l’intransigenza di Trump. E soprattutto la sua necessità – al momento spasmodica – di avere un “buon esito” da mostrare alla base MAGA per galvanizzarla. Specie se si tratta di un risultato simbolico e facile come Cuba.
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