Il mirino su Cuba, via le truppe Usa dalla Germania: i nuovi fronti di Trump
di Giulio Isola
Il presidente ha ordinato nuove sanzioni all'Avana e annunciato il possibile avvicinamento di una portaerei a 100 metri dalla costa. Sulla guerra con Teheran, invece, aggira il Congresso

Trump stringe ancora la morsa su Cuba. Ieri il presidente degli Stati Uniti ha approvato, con un ordine esecutivo, l’ampliamento delle sanzioni contro il governo de L’Avana, prendendo di mira «persone ed enti che sostengono l’apparato di sicurezza del governo cubano o che sono complici di corruzione o gravi violazioni dei diritti umani». Così hanno spiegato il provvedimento a Reuters alcuni funzionari dell’esecutivo Usa, senza rendere chiaro quali siano i reali bersagli. Ma l’obiettivo ad ampio raggio lo ha messo in chiaro lo stesso Trump, nella notte italiana, durante una cena privata del Forum Club a West Palm Beach, in Florida: «Prenderò Cuba, appena avrò finito con l’Iran». Almeno a parole, il tycoon ha aperto un altro fronte.
Cosa intenda il presidente con “prendere” lo ha precisato – come ha abituato in passato –, rispondendo a uno spettatore con un tono tra il serio e il faceto: «Mi piace finire prima un lavoro. Di ritorno dall'Iran, faremo sì che una delle nostre grandi unità, forse la portaerei Uss Abraham Lincoln, la più grande al mondo, si avvicini e si mantenga a circa cento metri dalla costa. Ci diranno “Molte grazie, ci arrendiamo”». La risposta del governo cubano – alle prese con le conseguenze del blocco del carburante statunitense che ha permesso il passaggio di una sola petroliera russa in tutto il 2026 – non si è fatta attendere: di fronte al corteo che sfilava davanti all’ambasciata americana all’Avana, il ministro degli Esteri Bruno Rodriguez ha definito le nuove sanzioni statunitensi «una punizione collettiva, ritorsioni illegali e abusive».
La guerra dei dazi con l'Ue: +25% sulle auto europee
Le sanzioni statunitensi, però, non si limitano a Cuba. In Europa prendono la forma dei dazi che continuano ad alzare la tensione tra Casa Bianca e Bruxelles. Ieri Donald Trump ha annunciato sul proprio social Truth il rialzo delle gabelle per le auto europee al 25%, «in considerazione del fatto che l’Unione europea non sta rispettando il nostro accordo commerciale, pienamente concordato». Trump quindi precisa che sulle auto prodotte negli stabilimenti americani non ci saranno dazi. «Numerosi impianti sono attualmente in fase di costruzione, con investimenti superiori ai 100 miliardi di dollari, un record nella storia dell'industria automobilistica». L’Europa, dal canto suo, sostiene di «continuare a rispettare l’accordo» e che «i dazi inaccettabili» mostrano che Trump è un partner «inaffidabile». Di fatto, il tycoon non ha spiegato neppure quali siano gli obblighi violati dall’Ue. Il quadro, perciò, è complicato anche sul piano giuridico. Secondo Associated Press, lo status dell'accordo del 2025 è stato messo in discussione dopo una sentenza della Corte Suprema americana che ha limitato l’autorità del presidente a imporre dazi invocando l'emergenza economica. Il tetto iniziale del 15% sarebbe così stato ridimensionato al 10%, mentre l'amministrazione cercava nuove basi legali per imporre altri prelievi sulle importazioni.
In ogni caso, le conseguenze potenziali per l’Europa sono pesanti. Una misura al 25% renderebbe più costose negli Stati Uniti le auto prodotte in Europa da gruppi come Volkswagen, BMW, Mercedes-Benz, Stellantis e altri marchi premium. Le aziende potrebbero scegliere se assorbire una parte del costo, riducendo i margini, o scaricarlo sui consumatori americani con aumenti di prezzo. In entrambi i casi, il colpo arriverebbe su un settore già sotto pressione per transizione elettrica, concorrenza cinese e costi industriali elevati. I dati Acea mostrano che nel 2025 l'export automobilistico europeo ha già subito forti pressioni con un calo del 6,2% e quello verso gli Stati Uniti del 21,4%, effetto diretto dei dazi introdotti l'anno precedente.
Via le truppe Usa dalla Germania
Si alzano anche le tensioni tra Washington e Berlino. Il segretario dalla Difesa Usa, Pete Hegseth, ha ordinato il ritiro di circa 5.000 soldati americani presenti in Germania. Un portavoce del Pentagono ha spiegato all'agenzia tedesca Dpa che il ritiro dovrebbe essere completato entro i prossimi sei, dodici mesi. Per il Pentagono si tratta di una decisione che «segue un'attenta revisione della presenza delle forze del Dipartimento in Europa», dettata «da esigenze operative e condizioni sul campo». Secondo dati militari Usa di metà aprile, sono circa 86.000 i militari americani in Europa, circa 39.000 dei quali in Germania. I numeri cambiano costantemente, in parte per motivi di rotazione e per le esercitazioni militari. Nei giorni scorsi il presidente Donald Trump aveva minacciato il ritiro delle truppe americane in Germania, Italia e Spagna.
La rabbia dei dem: «Guerra illegale»
Il conflitto in Iran, invece, potrebbe andare avanti ancora a lungo: Trump Stesso ha affermato ieri che gli Stati Uniti potrebbero «stare meglio» se i funzionari non raggiungessero un accordo con l’Iran. «Francamente, forse è meglio non raggiungere alcun accordo. Volete sapere la verità? Perché' non possiamo permettere che questa situazione continui. Va avanti da troppo tempo». Per il presidente degli Stati Uniti è un «tradimento il fatto che qualcuno affermi che gli Stati Uniti non stanno vincendo». Il riferimento, in particolare, è alle opposizioni democratiche in Congresso che ritengono «illegale» la scelta di non aver chiesto alla Camera l’autorizzazione per la guerra. In una lettera indirizzata al presidente della Camera Mike Johnson e al presidente pro tempore del Senato Chuck Grassley, infatti, il tycoon afferma che «il 7 aprile 2026 ha ordinato un cessate il fuoco di due settimane» ed «è stato da allora prorogato e non c'è stato alcuno scambio di fuoco tra le forze degli Stati Uniti e l'Iran dal 7 aprile». Si tratta, in altre parole, di un escamotage per evitare di passare dall’autorizzazione del Congresso per la prosecuzione della guerra, al termine dei 60 giorni durante i quali non era necessaria.
Lo scontro politico, sul tema, ha assunto toni sempre più accesi. Trump ha definito «completamente incostituzionale» la legge in materia. E i democratici hanno ribattuto che «questa è una guerra illegale e i repubblicani sono complici». Intanto, le parole del presidente statunitense hanno prodotto risultati anche sul fronte diplomatico con l’Iran. Un funzionario militare iraniano ha dichiarato che un nuovo conflitto con gli Stati Uniti è «probabile», alla luce dello stallo dei colloqui di pace e delle criticità del presidente Donald Trump sull'ultima proposta di Teheran. «È probabile un nuovo conflitto tra Iran e Stati Uniti, e le prove dimostrano che gli Stati Uniti non sono vincolati da alcuna promessa o accordo», ha affermato Mohammad Jafar Asadi del comando centrale delle Forze armate, Khatam al-Anbiya, citato dall'agenzia di stampa iraniana Fars.
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